martedì 9 settembre 2014

TripAdvisor sì / TripAdvisor no. Il problema è altrove.

Teoricamente, ma proprio teoricamente, oggi avrei voluto scrivere qualcosa su TripAdvisor.
Ma non ce la farò, lo so benissimo, ma forse ne verrà fuori qualcos'altro di interessante. Speriamo.
Andiamo per ordine.
Era il 2012 quando ho portato a casa il mio primo iPhone.
Il mattino dopo, in agenzia, sono andato da una mia amica e le ho chiesto come funzionassero e cosa fossero le App.
In tre-minuti-tre mi spiegò cosa e quali erano quelle che dovevo avere. La prima fu AroundMe, la seconda TripAdvisor.
A distanza di due anni, con un economico Nokia di plastica al posto dell'annegato iPhone (R.I.P.) sono ancora oggi le mie due app preferite di sempre e delle quali non faccio mai a meno.
Non so se l'italiano di quest'ultima frase sia proprio corretto, ma credo che il senso si sia capito.

Non esiste niente di meglio al mondo quando sei in vacanza, in moto, in riserva, in una stradina isolata delle campagne francesi, di un'app che ti dica dov'è il benzinaio più vicino, il bar, il ristorante e pure l'albergo, o la farmacia, se vuoi.
Intendiamoci: si vive (o sopravvive) benissimo anche senza, lo dimostrano i viaggi di Marco Polo e di Cristoforo Colombo, tuttavia sentendomi un po' meno in gamba di quei due, sono ben contento di poter scorrere il dito sul display del mio giocattolo e sentirmi protetto e accompagnato dalle informazioni di queste meraviglie della tecchinologgia.
Se non sbaglio sono pure gratuite o qualcosa del genere, quindi viene da chiedersi chi mai possa avere interesse a rovinare qualcosa di così bello.

Come chi? Gli esseri umani, no?

Fondamentalmente alcune odiose categorie: i ladri e i perditempo, più una macro-categoria ancora più grande che in realtà li contiene entrambi, cioè i vigliacchi.
Ma anche le merde, i chiagni e fotti, insomma, quelli che vorresti vedere appesi per i coglioni in Piazzale Loreto. Solo che ci vorrebbe una Piazzale Loreto grande come Los Angeles per contenerli tutti. Anzi, diciamo solo una piccola parte.

1) I ladri sono quelli che ci hanno subito visto una sostanziale fonte di business. Anche se portano i colletti bianchi.
Hanno pensato bene - da parassiti quali sono - di attaccarsi al portale per 'offrire' recensioni positive a pagamento. Poco importa quali siano le modalità (a volte pseudo mafiose, per la serie: se non accetti le mie recensioni positive a pagamento, potrei inondarti di negative, agratis) o se sono addirittura permesse dalla legge. Quello che conta è il sostanziale disprezzo per la legalità e la mancanza di rispetto per un'idea intelligente di un servizio nato come una cosa comoda ed efficace per la comunità. Naturalmente le persone disoneste non si perdono in questioni filosofiche e guardano solo al loro tornaconto. Devono pagarsi il Rolex, il macchinone, lo shopping dell'amante o qualunque cosa loro siano convinti gli dia dignità di esseri umani. Per me - ma non serve dirlo - restano solo quello che sono: zecche, pidocchi, parassiti, sub-umani, merde.

2) I perditempo (anche per loro ampio spazio in Piazzale Loreto) sono invece quelli che non sono nemmeno a caccia di soldi. Sono quelli che, riuscendo ad aggirare gli elementari filtri di TripAdvisor, scrivono recensioni false, pseudo-ironiche e/o di pseudo-denuncia o cosa minchia vogliono loro.
A volte anche cose che non c'entrano un cazzo.
Una volta craccato il sistema, fanno gli screenshot della loro recensione falsa e la condividono con gli amichetti nerd, masturbandosi sotto la scrivania del loro PC con la mano sinistra.
Con la destra scrivono sui loro blog, con la sinistra si auto-provocano il piacere sessuale, incapaci di avere una vita normale, fuori dalle loro camerette (o fuori dall'appartamento in isola pagato da papà).
Incapaci di conquistare una ragazza dal vero, incapaci di risultare un minimo simpatici al genere umano tanto da potersi guadagnare almeno un invito a una festa di amici o di farsi offrire onestamente una birra da qualcuno. Se bevono gratis è perché si sono imbucati da qualche parte. Questi sfigati del cazzo non hanno niente di meglio da fare, alla sera, di scrivere false recensioni su TripAdvisor.
Mi chiedo quanto triste e amara possa essere una vita come la loro.
Ho talmente pena per queste persone che - forse - dovrei rivedere il discorso di appendimento per i coglioni in zona Loreto e forse dovrei cristianamente fare qualcosa per loro. Perdonarli. Amarli.

3) Quelli Over the Top.
Sono quelli che hanno scambiato TripAdvisor per il loro personale angolo della lamentela o per il loro psicoanalista.
Quelli che al fottuto giapponese all you can eat, dopo aver mangiato dieci chili di sushi a 13 euro compresa la Coca-Cola si lamentano. Del servizio, della pulizia, della qualità, di qualsiasi cosa. Giuro, uno una volta si lamentava che il personale urlasse - in cinese - le comande dal bancone alla cucina. Ha usato l'espressione 'come scimmie'.
Amico mio, se vuoi la pace, ascolta me: non andare in un all you can eat.
Se vuoi lo stile, se ami il dettaglio, se sai abbinare il giusto vino a cos'hai nel piatto, sai cosa devi fare? Rompi il tuo fottuto salvadanaio, prendi i soldini, aggiungili alla tua miserabile paga del cazzo (ammesso che tu sia così fortunato da averne una) e vai.
Vai in un ristorante serio.
Mangia e taci. E non ci rompere i coglioni, spegni quel cazzo di telefonino e goditi la cena, idiota.

E' per gente come voi (1, 2, 3) che poi le cose mi vanno di traverso.

Per fortuna poi, ci sono giornate come questa, in cui sono di ottimo umore e mi sento come una specie di Mio Minipony che corre felice sull'arcobaleno dell'internette.

E penso che - tuttavia - nonostante merde come voi, continuerò a usare le mie app preferite per cercare e scegliere il mio prossimo ristorante, quando necessario.

Specie se in una stradina isolata delle campagne francesi.




giovedì 4 settembre 2014

Temporary shop, temporary jobs, temporary life.

Viviamo in un'eterna sospensione. Viviamo male.
Tu se vuoi puoi continuare a far finta di niente, a voltarti dall'altra parte.
Ma fidati, c'è qualcosa che non va.
Capisco di essere nato nel secolo sbagliato ma molto probabilmente anche tu, se ti ostini a leggere questo blog, tutte le rotelle a posto non devi averle.

Questo potrebbe non essere il post più spensierato e allegro di Cernusco Ink.

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Non so se hai avuto la fortuna di avere dei nonni; intendo averne avuti di vivi quando eri bambino.
Io sì.
Non erano speciali, erano dei nonni ordinari per essere persone che hanno vissuto il loro tempo.
Due me li ricordo molto vecchi, che già vivevano in casa coi figli, diventati adulti.
Altri due me li ricordo invece abbastanza indipendenti fino alla fine della loro vita.
Dico abbastanza perché in realtà, gli ultimi anni sono sempre un misto di pannoloni misto a 'parla più forte che non ti sente' o pomeriggi passati sulla sedia, col mento appoggiato a un bastone e gli occhi che vanno indietro nel tempo, nei ricordi lontani della loro giovinezza. O meno romanticamente perduti negli effetti del Tavor.
A proposito, ho scoperto che ora ha cambiato nome in Lorazepam.

Questi vecchi che giravano per casa avevano avuto la fortuna o la sfiga, a seconda dei punti di vista, di viversi in genere almeno una guerra mondiale, i morsi della fame (non esattamente quelli della Fiesta Ferrero), il dopoguerra e il conseguente boom economico degli anni '60.
Molte persone adulte che incontrate sulla metropolitana sono figli diretti di quel boom economico.
Non è facile capire cosa sia la guerra, il boom economico o cambiare un pannolino pieno di merda di un neonato sino a quando queste cose non si provano sulla propria pelle.
Io, ad esempio, non ne ho mai provata nessuna delle tre.
Ma è una mezza verità.
Perché pur essendo nato nel freddo dicembre del 1970, mi sono portato dietro l'onda lunga del pluricitato boom!
Ve lo spiego con un esempio. In una giornata qualsiasi da bambino, nel 1980, mio padre rientrando a casa avrebbe trovato ad aspettarlo: mia madre, me e i miei due fratello/sorella maggiori.
Fin qui, niente di strano.
Dopo cena se ne sarebbe andato al bar a giocare al biliardo o avrebbe guardato un po' di televisione alla ricerca di un incontro di pugilato. Anche qui, in effetti, niente di strano.
Fosse stata estate, addirittura ci saremmo messi in viaggio (in 5) per la Sicilia.
Tutto maledettamente ordinario, tranne un dettaglio.
Mio padre era l'unico che lavorava e, nonostante il cognome, noi non siamo i Costa armatori, quelli della Costa Crociere, no.
Lavorava come capo cantiere per una ditta (Società Elettrica Nazionale) che ha sempre sentito profondamente sua, come nemmeno Steve Jobs con Apple. Aveva la terza media e poco più.
Lavorava nei cantieri di mezzo mondo all'aria aperta, tranne negli ultimissimi tempi dove lo avevano messo a riposo in una sede appena fuori Milano a fare fondamentalmente lavoro d'ufficio.
Credo di non discostarmi troppo dal vero se dico che non ha mai (mai: avete letto giusto) dovuto lavorare un week end. Qualche volta avrà fatto gli straordinari, presumo. Per quanto non ho ricordi limpidi di lui che chiama casa per dire: Voi cenate, io arrivo dopo.

Ora, magari non ve ne fotte granché di questo spaccato di famiglia (e non avreste nemmeno tutti i torti) la cosa interessante di questo racconto è che - mi ripeto - in cinque abbiamo vissuto alla grande con l'unico stipendio di papà. Nessuna eredità, nessuna speculazione edilizia, nessuna carta di credito ricaricabile, nessun debito con gli strozzini.
Un unico stipendio tutto sommato ordinario per una famiglia tutto sommato ordinaria.
Quando è andato in pensione ha preso parte della liquidazione e l'ha data ai miei fratelli più grandi che in quel periodo si stavano per sposare, quindi uscire di casa.
Oggi, finalmente arriviamo a oggi, è difficile replicare un'impresa simile a meno che tu non sia il figlio primogenito di un industriale milionario o abbia messo su un impero a colpi di quintali di coca o armi vendute ai terroristi.

Prendo volentieri a prestito le parole di un'amica, che quando ha conosciuto il suo vicino di casa e gli ha chiesto 'Di cosa ti occupi?' lui ha risposto 'Ho una start up'.
Qualche tempo dopo ha scoperto che l'affitto glielo pagava papà.
Infine, che il suo concetto di come si pagano i collaboratori della sua start up era abbastanza avvolto nella nebbia di Milano (durante un aperitivo all'aperto d'inverno).
Per la sua vision, i collaboratori si possono anche non pagare.

Già. Torniamo sempre lì. Mi devi dare li soldi, diocaro.
I soldi - non il dio denaro - sono i nostri crediti per vivere. Ci servono per le cose di tutti i giorni: mangiare, vestirci, spostarci, cercare di mettere su una cazzo di famiglia come abbiamo visto fare ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Nel 2014 in una città come Milano, se hai trent'anni e hai preventivamente dissanguato i tuoi genitori per farti studiare in comunicazione, hai serie possibilità di finire a lavorare in qualche start up per dodici ore al giorno, saltando un week end sì e uno no per poi non prendere nessun tipo di stipendio. Te ne andrai sconsolato e incazzato e se sarai un po' più fortunato potrai trovare posto in qualche azienda un po' più seria dove (almeno) in cambio di dodici/sedici ore al giorno e qualche week end buttato lì, ti offriranno tipo 500 euro al mese.
Che sono esattamente gli stessi soldi che io e uno qualsiasi come me prendevamo nel 1997 per lavorare una settimana.

C'è qualcosa / che non va.

La mia prima capa, ogni volta che uscivo dal suo ufficio mi diceva sempre 'Ricordati, noi non siamo un cazzo; siamo solo venditori di aria fritta'.
Altre volte il finale cambiava in 'venditori di tappeti' o 'raccontatori di favole'.
Prendevo quelle frasi alla leggera.
Oggi mi risuonano pesanti nella testa.
Quando giro per la città o quando guardo il telegiornale ho l'impressione che molto del business che mi gira attorno sia il pericoloso risultato dell'incontro tra un venditore di fumo e un raccontatore di favole. Ognuno sta firmando convinto di metterlo nel culo a all'altro.
Ditemelo se a volte sono troppo tecnico negli esempi, ok?
La novità del decennio è che sembra non esistere la figura di chi lo infila.
Entrambi sono destinati a prenderlo: e quando se ne accorgeranno, il cetriolone scuro sarà già entrato a dovere in profondità.
Sembra che molte cose si stiano dissolvendo, un po' come le foto di Ritorno al Futuro.

La dissoluzione riguarda molti settori. A me ne vengono in mente sempre tre.
Uno: la produzione.
Produrre le cose è una roba normale. Non siamo leopardi che sonnecchiano sui rami di un albero in attesa del tramonto per andare a caccia. Siamo uomini e donne e dobbiamo uscire di casa a fare qualcosa per prendere i soldi al 27.
Ora che felicemente abbiamo mandato la produzione di qualsiasi cosa all'estero (beh! Costava meno!) siamo ben felici di avere gente a casa che non sa letteralmente dove sbattere la testa.
Due: il terziario.
Il terziario non può vivere a lungo solo di se stesso. Se non c'è una minchia alla base non puoi tirare avanti per sempre solo con le parole e con dei pezzi di carta. O vendi un bene o vendi un servizio.
Quando qualcuno vi sta implorando dall'altra parte della cornetta per farvi accettare qualcosa che voi non capite, quel qualcosa è appunto il niente. Non è nemmeno terziario, vi stanno chiedendo solo di spostare dei soldi da una parte all'altra di una grande cassaforte virtuale che non esiste. Questo movimento genererà i soldi necessari per pagare lo stipendio da fame del poveraccio al telefono e per pagare l'Audi nera, la villa, le vacanze, il commercialista, l'avvocato e l'amante di chi sta tirando le fila di tutto questo.
Chi sono? Gli avidi ebrei? Quelli del Bilderberg? I terroristi? I rettiliani? Le scie chimiche, forse? Ve lo dico tra un attimo.
Tre: i rapporti interpersonali.
Siamo stati noi - in un certo senso - i corresponsabili di questa stupida implosione. Noi con la nostra apatia. Siamo noi, perennemente in fila per l'ultimo iPhone (vale anche per i fan di Samsung, quindi non cacatemi il cazzo). Siamo noi, incapaci di uscire di casa senza almeno un paio di device.
Siamo noi, impegnati a guardare le (splendide e false come la nostra) vite degli altri sui social.
Noi, che in silenzio andiamo al cinema a guardare Batman 3.184 o Guerre Stellari 746, senza avere invece il coraggio di dire: Eh no, diocaro, adesso mi avete davvero rotto il cazzo! Fatemi vedere qualcosa di diverso! (No, Under the Skin no, grazie.)
Noi, felici di trovarci nel centro di Parigi, Londra e New York circondati dagli stessi identici negozi, con le stesse identiche merci, prodotte a basso costo in culo a qualsiasi regolamentazione, da qualche parte lontana del mondo. Noi, che ci siamo subito innamorati di Uber perché 'i tassisti sono cari' e sono fermi alle corporazioni. E invece converrebbe farci un pensiero in più su cosa sia davvero Uber.
Noi, che di fronte alla delusione di una classe politica mediocre abbiamo scelto un grande comico.

Ma era solo un comico, porcodio.

(Tra l'altro, se era per avere un pagliaccio alla guida del Paese, potevamo tenerci il nano col parrucchino.)

Vedo la dissoluzione del mondo nelle precarie vetrine dei temporary shop di corso garibaldi.

Non quelle scintillanti di quando si apre, ma quelle desolatamente vuote e abbandonate di quando si chiude. Che in fondo fanno l'unica cosa in grado di fare. L'unica per la quale sono nati.
Non fanno altro che tenere fede al motivo per cui hanno aperto.

Chiudere.










giovedì 28 agosto 2014

La fottuta pizza delle medie (e non solo)

*** PARENTAL ADVISORY ***
Questo post contiene linguaggio esplicito.

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Quando sarò morto - mi auguro presto - sarò ricordato per i miei Dr. Martens indossati anche ad agosto. Sarò ricordato perché portavo i jeans più corti di una spanna rispetto il decennio che stavo vivendo. Per aver inondato la rete di foto del mio gatto sphynx.
Sarò ricordato - potrebbe essere - anche per non aver avuto un carattere particolarmente accomodante.

Non sono cattivo, giuro.

E' che non ho tutta la pazienza che avete voi.
Non ce l'ho.
Non ce l'ho DIO***EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!
Non ce l'ho, non ce l'ho, non ce l'ho!

Manteniamo la calma e partiamo dall'inizio. Tanto sapete bene di cosa sto parlando.
Ognuno di noi, almeno una volta nella vita ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e partecipare felice alla strafottuta pizza delle medie, ma va bene anche superiori o università.
Naturalmente la serata è pure divertente, perché in fondo è bello rivedere gli amici di un tempo.
Di solito al secondo bicchiere di vino scarsissimo della casa io sono già partito per i miei personalissimi trip, per cui il mio unico pensiero è immaginare tutte quelle mie ex-compagne di classe (ora milfone) vestite da scolarette giapponesi con la camicia bianca e la gonna scozzese che fanno lap dance sul tavolo della pizzeria di periferia. Sulla tovaglia a quadretti rossi. Se ce ne fosse qualcuna proprio cessa, va bene immaginarla tipo mistress, in completo lattice nero (faccia compresa, meglio se eri cessa) a dare ordini e colpetti di frusta sulle chiappe delle studentesse attempate. Chiude il carosello, se presente, la più figa della classe (completamente nuda e col vento che gli arriva da dietro i capelli come un video di Cher anni '80) che dopo una lunga camminata sul tavolo in cima a delle zeppe da 20 cm potrebbe direttamente squirtarmi nel bicchiere di limoncello ghiacciato. Offre la casa: serve la fattura?

Ok. Questo (esattamente questo, con qualche leggera variante a seconda dell'umore) è quello che mi passa per la testa quando mi state raccontando dei vostri bambini che hanno imparato a fare la cacca nel vasino, o della più grande che già frequenta la quinta elementare.
Ma daiii? In quinta elementareee?
Ma è pazzesco! Quinta e-le-men-ta-re! Di già-à?
Ora, scusami cara, ma se non sbaglio la mistress ti sta ordinando di metterti culo all'aria e farti versare un po' di Sprite gelata lungo la schiena.

No, perché dicevo, se la serata può anche prendere pieghe interessanti (basta un po' di vino scadente) il problema serissimo è l'organizzazione.

Nel 2014, in piena era stra-digitale, abbiamo ancora persone che si ostinano a SCRIVERE TUTTO MAIUSCOLO nello stramaledetto gruppo creato ad hoc, su WhatsApp o facebook o dove minchia volete voi.
Cazzo, ancora che SCRIVI MAIUSCOLO? MA DIO***E, NON TE L'HANNO SPIEGATO che equivale a URLARE?!?!?!!111!1?
Evidentemente no.
Poi c'è quello/quella, impermeabile alla grammatica (oltre che alle buone maniere) che si presenta a metà conversazione.
'Scusate qnd é la pizzata io non c sn xche sto finendo dei lavori in casa per tutta sett pross.'
Scusa, eh? Ma scorri col tuo fottuto dito medio sul display del tuo fottuto telefonino e vai a vedere quando cazzo è sta pizza. Ogni volta che qualcuno deve ripetere qualcosa, a me trilla questo dio***e di telefoniono.
'Ciao ragazzi, io nn ci sn il 19, il 23 e il 26, possiamo fare all'inizio del mese pross.'
Potresti usare, non dico le vocali, ma almeno i punti di domanda?

Poi, in genere dopo che ti si è scaricata la batteria dell'iPhone da quante notifiche ti sono arrivate, quando miracolosamente otto su dieci quasi ci siamo, si sveglia qualcuno da lontano.
'Oh? Ma perché non facciamo cinese?'
Ma perché non muori? L'ho visto, sai? Sono due ore che hai letto le notifiche di tutti, perchécazzo adesso vuoi andare dal cinese? Perché non hai parlato subito, infame? Perché hai aspettato che fosse quasi tutto definito?
Arriva la serie di disdette per le date che non vanno più bene. All'improvviso.
Uno è diventato allergico alla farina e non può mangiare la pizza.
A due non piace il cinese.
Una non può fare troppo tardi perché l'indomani mattina ha la visita di controllo dall'analista.
Una è senza macchina, per cui andrebbe meglio un posto in centro. Anzi: 'Cé qlcn che puo darmi uno strappo!'
Tre sono in macchina, ma in centro è ZTL quindi non si può entrare, e se si può entrare il parcheggio è a pagamento sulle strisce blu. Perché non facciamo a Monza? O a Cinisello?

Dopo un paio di pomeriggi strazianti su qualche piattaforma social si riesce a strappare una fottuta data di merda e un luogo del cazzo che possa andare bene a tutti. Quindi ci si rivede dopo tre settimane.

Silenzio.

Ma il giorno prima (e qui non voglio sentire storie: è ma-te-ma-ti-co) puntuale come il ponte dei morti arriva lui.
Lui (o lei) è quello che non aveva fatto caso che quel preciso giorno è:
- l'anniversario di matrimonio
- il compleanno del figlio
- il giorno in cui doveva partire per l'Afghanistan per dare supporto agli americani
- la data in cui doveva andare in tribunale a firmare il divorzio
- la sera in cui (per una particolare congiunzione astrale) deve cercare di inseminare la moglie, che sono tre anni che lei non resta
- il giorno in cui c'è il saggio di nuoto sincronizzato della nipote
- la sera in cui aveva appuntamento con dei tipi del Mossad che avevano informazioni importanti da passargli sullo sviluppo di alcuni conflitti in Medio Oriente
- il funerale della suocera
- Natale. Sì, forse quel giorno, nel suo particolarissimo calendario è Natale, per cui non può venire

Sapete perché m'incazzo?
Sapete perché, fottuta la vostra vita dimmerda, m'incazzo?
Perché due volte su tre, quelli che mancano, in quel cazzo di tavolo, sono quelli che hanno fatto spostare date e location ad altri venti cristiani, tre settimane prima.

Garantito.

Se non ci credete, la prossima volta fateci caso.
Sono loro. Ho imparato a riconoscerli dall'odore.
Adesso faccio così: mando direttamente affanculo tutti.
Già dal primo giro. Tanto poi, in un modo o nell'altro ci si vede lo stesso.

Tanto alla fine, sono io quello pesante e loro quelli giusti.


E allora brindiamo amica mia, qua c'è il mio calice, freddo, di limoncello.







lunedì 25 agosto 2014

Perduti e non per tutti - Ep #01 - Under the skin



L'estate sta finendo, un anno se ne va. E a me è venuta questa idea, non so quanto originale.
Recensire film che non ho capito, che non mi sono piaciuti o che - addirittura - non me la sono nemmeno sentita di andare fino in fondo, terminandone la visione prima di quando avrebbe voluto il regista.
Capita regà.
Io non sono cinefilo né cinofilo. Non sono un esperto, confondo i nomi degli attori, i titoli, le date e tutto il resto. Nel mio mobiletto rosso di metallo di Ikea, insieme ai cd dei Kraftwerk, dei Bluvertigo e degli Eagles ci sono solo tre dvd.
Piccola come cineteca, eh?
Nonostante questa mia miserabile situazione, mi piace guardare i film. Mi piace come a tutti voi. Al calare delle luci in sala non voglio altro di quello che - in fondo - volete pure voi, anche se non lo ammetterete mai.
Chiudere gli occhi e abbandonare per un paio d'ore questo fottuto mondo dimmerda fatto di mogli con quattro strati di pance, di fidanzate che non ci comprendono, di donne (in generale) che nel premestruo si trasformano in potenziali assassine seriali di mariti, a loro volta esseri inetti a tutto. Noi, che guardando Di Caprio ci sentiamo come lui, ma al massimo assomigliamo a Denny De Vito senza nemmeno averne la simpatia. O a Ghandi, ma solo per le costole a vista. Mariti, mogli, figli, amici, animali domestici, capi o sottoposti che in fondo non ci capiscono.

Quando vuoi fuggire da una realtà che non ti capisce e inciampi in due ore di film che non capisci, la tragedia è dietro l'angolo. La distanza che ti separa da un buon analista, sempre più breve.

Chiariamoci le idee: ci sono molti modi di fraintendere un film.
- c'è quello alla Mullholland Drive, che ti auguri solo torture medievali per David Linch
- c'è quello alla Memento, per cui nei giorni successivi devi trovare qualcuno che lo abbia visto, capito e apprezzato, e poi implorarlo che te lo spieghi (e rispieghi, e rispieghi, e rispieghi)
- c'è quello alla The Fight Club, che non l'hai capito - per cui non ti è nemmeno piaciuto - ma poi hai chiesto in giro e tutti ti hanno detto che era un gran bel film. Te lo hanno spiegato e rispiegato. Tu hai fatto sì con la testa, ma nell'intimo non ti è ancora chiaro un bel cazzo e, non serve dirlo, continua a farti cagare

Questi sono solo i primi tre che mi sono venuti in mente, ma presumo che esistano tanti modi per non capire un film, tanti quanto sono gli spettatori usciti dalla sala con un punto di domanda sulla testa.

Ma prima di cominciare con la mia prima, vera recensione di un film (che non ho capito, non mi è piaciuto e che non ho nemmeno finito di guardare: questo è il titolo completo della rubrica) ci tengo a specificare alcune cose.
Quando - prima - dicevo che davanti a un film cerco due ore di fuga dalla realtà, non dovete pensare a me come a un appassionato solo di happy ending o cose del genere. Non è che sia alla ricerca solo di banalità... E' solo che a volte faccio fatica a spingermi troppo in là. Inoltre non amo, anzi detesto proprio, le cose non rivelate di proposito.
Perché un conto è fare un film intimista, di cose non dette - e va benissimo - un'altra cosa è lasciare appositamente buchi giganteschi di sceneggiatura. Ho detto buchi, non errori.
Se ti ho seguito in due ore di angoscia su qualcosa che fondamentalmente non mi sta piacendo, almeno dammi la soddisfazione - in coda - di spiegarmi cosa ho guardato. No.
Alcuni no. Alcuni sono proprio cazzi tuoi, perché io sono un Artista. Sono il Regista.
Perché io so io e voi non siete un cazzo.
Allora quando la roba va così, quando per avvicinarmi a un tuo film devo preventivamente studiarmi la tua vita privata dai tempi del college, quando devo conoscere ogni singola inquadratura dei tuoi primi corti, quando devo entrare al cinema direttamente coi pantaloni calati e aspettare che tu mi infili il tuo gigantesco cetriolo nel culo senza ausilio di lubrificanti, io ti dico anche no.
Anzi: io ti dico anche vai-a-fare-in-culo.
Tu e i tuoi fottuti nani di merda e la tue scatolette azzurre.
Ora mi verrebbe voglia di andare avanti con altri seicento esempi, ma non farei altro che peggiorare la mia situazione già compromessa di persona pesante. E che non capisce il cinema dei grandi.
Sappiate che grazie a internette, oggi, quando non capisco un film (o non mi è piaciuto) vado sempre a cercarmi un po' di notizie a rigurado il giorno dopo. Mi è capitato più di una volta di cambiare idea (da cattiva a buona) o di capire finalmente cose importanti che mi erano sfuggite. Capita.

La mia rubrica quindi non vuol essere seria. Non ha pretese.
Vuol essere solo la fredda cronaca di cosa un essere umano vede e di cosa sente quando mette il naso in qualcosa per la quale - evidentemente - non era pronto.

Have a nice trip.

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Under The Skin (2013 - Fantascienza) di Johnathan Glazer, con Scarlett Johansson.
Credo che non serva spiegarvi il perché ho deciso di guardarlo.

Queste giornate di fine agosto in agenzia sono quella che potremmo definire 'la quiete prima della tempesta'. Ho più tempo libero del solito.
Per cui se comincio la pausa pranzo un po' prima e la finisco un po' dopo, mi resta lo spazio necessario per guardare un film. Meglio se con lei.
Lei che non è la mia attrice preferita, lei che è semplicemente l'incarnazione perfetta dell'idea di bellezza. Lei che, nel mio immaginario, dovrebbe essere in grado di far cambiare idea anche a froci del calibro di Cristiano Malgioglio, Alessandro Cecchi Paone, Valentino Garavani o Enzo di Real Time.
Lei, che se un giorno (si fa per parlare) dovessi vincere alla lotteria 'Una pizza e una birra con S. Johansson', morirei di infarto la mattina stessa dell'evento. Perché il mio piccolo cuore non potrebbe reggere a tanta intensità di bellezza, femminilità, mistero e scoperta.
Lei, che spero vivamente sia antipatica, viziata, maleducata, avara, che gli puzzi l'alito, che ascolti l'hip-hop e che impazzisca per le cose che scrive Fabio Volo.
Perché una così, qualche cazzo di difetto deve avercelo, per compensare l'abisso creato col resto dell'umanità ordinaria. Per non parlare di quelli come me, in eterna lotta col doppio mento e la pancetta.
Il film mi era stato passato qualche settimana fa dal solito pusher di roba scaricata. In linea di massima io sarei contro la roba scaricata (è un lungo e vecchio discorso) ma per lei faccio volentieri un'eccezione. Stava sulla scrivania del mio mac in ufficio da un po'.

Under The Skin.
Click, play.
Il film comincia con del nero.
Per quelli che percepisco come un paio di minuti (ma potrebbero essere trenta secondi) vedo solo nero e poi una piccola luce in fondo che poco alla volta si fa più grande fino a diventare una specie di stella.
Poi lo schermo diventa completamente bianco e al centro appare il primissimo piano di una pupilla.
In sottofondo (oltre a uno strano e piacevole sound design distonico) sento per la prima volta la voce di Scarlett (sto guardando il film in lingua originale sottotitolato). Non dice vere e proprie parole, ma solo spezzoni. Tipo: Mnnaaa... Coc... Tpnieee... Sur... Pneer, pnet, pnnneee. Cuc... Cub... Cut.
Ve lo posso dire in assoluta onestà, avevo il cazzo duro solo a sentire queste cose uscire dalla bocca di Scarlett che ancora non era nemmeno apparsa sullo schermo.
Stacco.
Ci troviamo in un esterno buio, molto buio. Così buio che forse il film è stato girato un po' in stile Dogma 95. Niente scenografie, niente luci supplementari, totale (o quasi) assenza di artifici.
Un motociclista, nel buio più assoluto, si carica in spalla quella che sembra la sagoma di una donna. Stacco.
Ci troviamo in uno strano spazio completamente bidimensionale, bianco, dove una Scarlett Johansson completamente nuda (in controluce) spoglia e indossa i vestiti di una - apparente - altra Scarlett Johansson che forse è un clone, forse un cadavere, o forse solo una che gli assomiglia. Comunque gli scende una lacrima a fine scena.
Questi primi minuti di film mi ricordano (da profano) alcune scene di 2001: Odissea nello Spazio. Esattamente quelle scene che da bambino non capivo cosa c'azzeccassero col resto del film. Anche se poi crescendo l'ho capito, visto che degli unici tre dvd che ho a casa, uno è appunto il capolavoro di Kubrick.
Stacco.
Scarlett guida - in tempo reale - un furgoncino bianco nella periferia di una città che sembra essere in Inghilterra o in Scozia. Scoprirò che si tratta della Scozia solo più avanti.
Le riprese sono tipo camera a mano, quindi si sente il rumore della pioggia sul vetro, dei tergicrstalli e di lei che usa il cambio. Dopo un periodo che potrebbe stare tra i dieci e i venti minuti, sento la prima parola del film.
Si è avvicinata col furgone a un ragazzo al lato della strada per chiedergli un'informazione. Tipo: Scusa, per andare all'autostrada?
Se non al primo, ma forse al secondo o al terzo ragazzo fermato, quello che pare essere l'eletto, viene invitato a salire sul furgoncino bianco per un passaggio, visto che andranno nella stessa direzione.
I dialoghi sono davvero scarni e molto, molto veritieri, passatemi il termine.
Cioè, rispetto a certo cinema americano fatto di immagini patinate, di effetti speciali esagerati, e di personaggi disegnati con l'accetta, vedere due persone che parlano veramente del più e del meno lungo un tratto di strada che pare non finire mai fa un certo effetto.
- Sei di qui?
- No, non sono di qui sono della Repubblica Ceca, sono qui per lavoro.
- Hai una fidanzata?
- No.
- No?
- No, vivo solo.
- E' bello vivere da soli? Sì?
- Beh, abbastanza, sì.
- Cioè?
- Beh, sì. Non devi rendere conto a nessuno delle tue cose, no?
- Ah.
- Eh sì.
- Sì.
Stacco.
Lei, bellissima (ma non credo che serva che ve lo ricordi ogni venti righe) parcheggia il suo furgone davanti a una casetta e invita il Ceco, ma forse era Albanese, a seguirla all'interno.
Mentre lei gli cammina davanti, questa volta in uno spazio bidimensionale tutto nero, poco alla volta lascia cadere i suoi vestiti, fino a restare come nella foto che avete visto all'inizio del post.
A ogni passo, mentre lei resta sempre sullo stesso piano, lui un gradino alla volta affonda in una specie di piscina completamente nera.
Stacco.
Scarlett si (ri)trova sul suo furgone bianco.
Pioviggina.
Rumore di motori e tergicristalli.
Ferma qualche sconosciuto.
Dialoghi.
- Sei di qui?
- Sì.
- Vivi solo?
- Sì.
Casetta.
Lei nuda.
Piscina nera.
Stacco.
Scogliere della Scozia, lei scende dal furgone bianco, si avvicina a uno che sta facendo surf o qualcosa del genere con una muta nera.
Rumore delle grandi onde che si infrangono sulle scogliere.
Furgone.
Casetta.
Nudi.
Piscina nera.
Stacco.
Ragazze fuori da un pub, incontrano Scarlett che è appena scesa dal suo furgone bianco.
Non la conoscono, ma sono tutte 'mbriaghe, quindi la invitano e senza aspettare risposta la portano di forza in una squallida discoteca di periferia.
Ballano.
Incontra un turco o un marocchino. Lui vuole offrirle un drink.
Lei accetta.
Furgone.
Casetta.
Nudi.
Piscina nera.

Quando ho dato un'occhiata al counter in basso a destra, erano esattamente 50 minuti che in loop accadeva la stessa cosa: furgone > casetta > nudi > piscina nera.
50 minuti che, sempre a guardare il counter, erano più o meno a metà film.
D'un tratto ho pensato che se l'artista si era preso metà del tempo a disposizione per farmi fondamentalmente rivedere ossessivamente la stessa sequenza, probabilmente non si sarebbe affrettato nei restanti 50 (o meno, forse) a spiegarmi tutto quello che stava succedendo.
Ho pensato che c'era il pericolo, sì. Sarebbe stato uno di quei film in cui avredi dovuto elemosinare spiegazioni a qualcuno che ci capisce più di me il giorno dopo.

Ho fatto quello che mi sembrava meglio per tutti.
Ho schiacciato stop. Poi, per sicurezza ho spostato il film nel cestino e l'ho svuotato.

Dopo un'oretta avevo ancora quelle strane e crude immagini in testa, insieme a quella non-colonna sonora che in fondo non era poi così male. Ma poi, a ripensarci, forse anche il modo di raccontare la storia non era poi così male. Forse dovevo avere pazienza. Adesso, anche quelle immagini ripetitive che mi avevano francamente rotto la minchia, cominciavano a intrigarmi.
Forse mi sarebbe piaciuto se l'avessi guardato fino in fondo.

Google > Under the skin > recensioni

Era proprio come immaginavo.
Non è esattamente quello che si potrebbe definire un prodotto per tutti.
Anche il fatto che alla presentazione-evento del film (con cast presente in sala) a fine proiezione siano volati fischi - e una certa voglia di menare le mani - non aiuta.
Comunque ho già chiesto al mio pusher di fiducia di riportarmelo.
Potrebbe piacermi.

Finirò di vederlo e (forse) vi farò sapere.










giovedì 7 agosto 2014

Storie di amicizia, lavoro, penne e accendini ai tempi della rete.


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ATTENZIONE: questo post contiene linguaggio esplicito.
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Se qualcuno si fosse mai immaginato un post di alleggerimento prima dell'estate, può stare fresco.
Non è questo il caso.

Quelli della foto sono il mio accendino e la mia penna Bic.

Fossimo nel '68, avessi i capelli lunghi e i pantaloni a zampa d'elefante, probabilmente inizierei con parole diverse, ma siamo nel 2014.
Nel '68 non c'ero perché sono nato due anni dopo, tuttavia credo di averne respirato l'aria per tutto il decennio seguente, fino a quando per comodità di cronaca si è deciso di far cominciare la rivoluzione punk nel '77. E' aria che ho respirato da bambino, quindi senza capirci un cazzo, ma l'ho sentita.
Crescendo poi, ne ho letto e studiato un po' come tutti quelli della mia generazione.
Possiamo dire a ragion veduta che condividere le cose è bello, in sé, come atto. Come usanza.

Ma il condividere realmente le cose ha delle regole sue, semplici da applicare e ancora più facili da capire. Dal momento che sarebbe pernicioso e un po' inutile mettersi a fare una lista delle regole tipo The Fight Club, procediamo diversamente. Farò alcuni esempi e al termine di ogni esempio vedremo se si tratta di condivisione o di altro.

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Parental Advisory
Mio padre aveva molti difetti, eppure senza avermi mai dato uno schiaffo (nemmeno per finta) ha sempre trovato il modo di farsi capire. Sarà che su molte cose la pensavamo uguale.
Ad esempio mi ha insegnato (non in venti lezioni bisettimanali da quaranta minuti l'una, ma dicendomenlo una sola volta) che è necessario essere indipendenti.
Quindi, se un giorno ho una gran sete e la gola arde come il fuoco dell'Etna, se non ho da bere e il mio amico ha con sé una bottiglia fresca di Coca-Cola Zero™ da 2 litri con ghiaccio e limone, io so cosa devo fare.
Devo farmi i cazzi miei.
Perché quella coca è sua e io non ho alcun diritto di rompergli la minchia. Mi tengo la sete, perché questo mi ricorderà la prossima volta di organizzarmi per tempo. Allora sarò cresciuto e migliorato.
Vi vedo.
Eh no Carlo, ma scusa, se quello è un tuo amico e ha una bottiglia da 2 litri, potrai bene chiedergli un sorso, sennò a cosa servono gli amici?
Vedete? Non ci capiamo. Non servono a questo gli amici.
Gli amici non servono a toglierti la sete, l'amicizia è un'altra cosa, differente. Che forse un giorno ci scriverò un post, ma anche no.
Solo l'indipendenza ci fa grandi, senza quella non c'è futuro.
Partendo da questo (mio) presupposto, ma non pretendo di avere ragione, la visione che ho della condivisione è un po' speciale. Dal momento che preferirei prendere fuoco in spiaggia piuttosto che chiedervi un po' della vostra crema solare, capite che quando qualcuno di voi decide unilateralmente che alcune cose mie diventeranno anche sue, le circostanze prendono una brutta piega.
Fine Parental Advisory
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Avere qualcuno che selvaggiamente ti scrocca le sigarette per tutta la vita è un'esperienza che non auguro a nessuno. Chiariamoci, non sto parlando della faccenda di una sera. Per cui ci sta.
Parlo di persone che non entrano dal tabaccaio per partito preso. Quando - esasperato dall'ennesima elemosina di tabacco - ti saltano i nervi e gli tiri in faccia un porcodiodellatuamadonnatroia, te le vuoi comprare queste minchia di sigarette del cazzo?
Loro ti guardano con gli occhi di un orsetto lavatore a cui hanno appena ucciso la mamma, ti dicono che sei disumano a trattarli in quel modo, che non ti si può chiedere niente e ti ricordano (puntuali) che la settimana prima loro ti sono stati d'aiuto ad esempio nel ricordare il titolo di una canzone dei Jalisse. E tu stai facendo tutto quel casino per una sigaretta.
Bene, in questo caso non c'è condivisione perché gli scroccatori di sigarette a vita non te ne offriranno mai una. Per due motivi. Il primo è che non le comprano (quindi non potrebbero offrirtela) il secondo è di tipo satanico: se un giorno accetti UNA SOLA SIGARETTA dal tuo scroccatore, lui te la rinfaccerà a vita tutte le seguenti settemiliardi di volte in cui te ne chiederà una e tu non vorrai dargliela.
Quindi, amici scroccatori di sigarette a vita, non chiedetevi se il ritratto corrisponde a voi.
Non cercate gli indizi tra le righe.
Chiedetevi solo 'quand'è l'ultima volta che ho comprato le sigarette?'
Se la risposta non è 'stamattina', siete voi, sì. Siete voi.
Una sigaretta vale VENTI CENTESIMI e voi, diocane, mettete in gioco la vostra amicizia, la vostra reputazione, il buon nome della vostra famiglia per così poco?
Imparate a stare al mondo, per favore.
La storia delle sigarette la potrei replicare tranquillamente per lo scotch, il taglierino, la penna, una matita, un cd vergine, e lo strafottuto cavetto dell'iPhone. Queste cose non le trovo automaticamente nel mio cassetto, non si riproducono da sole nottetempo, ma ogni volta devo andare a rompermi il cazzo a riprenderle.
Esattamente ciò che non avete voglia di fare.
Chi è la merda tra me e voi?
Pensateci bene, ma molto bene, la prossima volta, sempre che abbiate abbastanza fegato di darvi una risposta onesta.

A esclusione di una sola persona (nome e cognome: Ottavia Rosa, io ti amo) che mi ha sempre restituito tutto, per il resto sono circondato da gente che ha deciso di considerarmi parte di un'allegra comune hippy alla quale - a dire il vero - non ho nemmeno mai fatto esplicita richiesta di partecipazione.
Questi hippy, in un eterno '68, prendono a 'prestito' ciò che gli serve senza mai restituire il favore o quantomeno l'oggetto in questione. Proprio come la penna e l'accendino della foto.

A proposito: quella Bic è nel mio ufficio da oltre un anno.
Certo, mi è costata liti furibonde e amicizie perse per sempre, ma ne è valsa la pena.
Mi è bastato scatenare l'inferno per i sette piani dell'agenzia tutte le volte che non l'ho trovata nel mio portapenne. Essendo diversa dalle altre, in un modo o nell'altro è sempre saltata fuori da incolpevoli colleghi che non si erano accorti che non era trasparente e col tappo blu, proprio come la loro.
Per l'accendino, l'unico modo è dire che non ce l'ho, anche se mi sono appena acceso una Camel davanti a chi me lo chiede.

Qualcuno potrà pensare che non è il caso di tirare su un casino simile per cose di così poca importanza. Il fatto è che se tali oggetti spariscono sempre alla stessa persona, dopo un po' di anni cominciano a prendere un significato. In fondo, io non vi priverei mai di niente di vostro, vi chiedo solo di fare la stessa cosa con me.

Questa sì, è condivisione

Ci risentiamo a settembre.
Fate i bravi.









lunedì 28 luglio 2014

Saper scegliere non è 'avere molta scelta'

Ho già scritto in passato su questo argomento, ma è estate.
Quindi, mentre su Raiuno ripassano i film di Totò, noi ripassiamo alcuni fondamenti.

Molte persone sono convinte che avere molta scelta sia un elemento necessario per fare quella giusta. Non è vero, non funziona. Come le chiavette usb per la connessione a internet. 
Avere molta scelta in realtà non aiuta affatto.
Per persone normali è semplicemente un inutile spreco di energie.
Per persone disturbate è invece la porta d'ingresso per un labirinto che dà su un ginepraio dal quale non usciranno mai più.

Così, per dire: nonostante sia un felice utente Apple da una quindicina d'anni, non ho quella tipica ammirazione che in molti hanno per Steve Jobs. Era tra l'altro famoso perché di ogni singola minchiata voleva vederne almeno settemila alternative possibili prima di dare un ok.
Secondo alcuni Steve era un capo abbastanza esigente. Uno che licenziava le persone in ascensore.
La leggenda vuole che qualora ti avesse incrociato in azienda e t'avesse chiesto mai: 'A cosa stai lavorando di bello?' si sarebbero palesati fondamentalmente due soli scenari per il tuo futuro.
Il primo: se la cosa a cui stavi lavorando gli pareva di un minimo interesse, avresti perduto le tue future notti, week end, vacanze, matrimoni o funerali a tempo indeterminato, fino a quando la cosa non avrebbe preso forma, almeno di prototipo. Avresti vissuto solo al lavoro e solo in relazione al progetto h24, per la felicità di tua moglie, del tuo vicino di casa, del tuo idraulico, del panettiere e del figlio adolescente della signora del piano di sotto. Ah, dimenticavo, anche del cane che sta in cortile.
Il secondo: se la cosa a cui lavoravi non aveva il minimo appeal per mister Apple, ti avrebbe licenziato seduta stante (appunto in ascensore) perché lui non perdeva tempo con persone inutili che lavorano a cose ordinarie e banali. Voleva evidentemente essere circondato solo da geni.
Naturalmente, se questo (o solo questo) era veramente il padre del telefonino che ho in tasca, sono ben contento che ci abbia lasciato così presto.
Ma anche prendendo per buona la caricatura che ci hanno voluto lasciare di quest'uomo, c'è da dire che persone come lui ne nascono poche per secolo. Che, nel bene e nel male sono comunque speciali. Quindi, forse, potremmo perdonargli sia il carattere spigoloso che il fottuto dolcevita nero sui jeans.

(Un consiglio tra parentesi: se avete un capo che si comporta come Jobs - nelle richieste - e non volete macchiare la vostra fedina penale, assicuratevi che abbia anche le sue capacità imprenditoriali, la sua visione del futuro e che soprattutto faccia fatturare alle vostra azienda in un anno almeno un decimo di quello che Apple fattura in una settimana.
Se fa bene tutte quelle cose, eseguite i suoi ordini in silenzio, portategli rispetto e adoratelo.
Se invece non le fa - e ci sono buone possibilità che non le faccia - scegliete solo l'arma del delitto e trovatevi un alibi, oltre al numero di telefono degli avvocati di O.J. Simpson.)

Nella vita ordinaria, saper fare la scelta giusta (ammesso che esista, ma personalmente non ci credo) non ha niente a che vedere con avere a disposizione cinquanta opzioni possibili. Sono cose molto scollegate.
Ad esempio, conosco persone molto viziate che non mangiano un cazzo fuori casa, perché niente è mai buono come il piatto della mamma.
Per elementi di questo tipo, mettergli sotto il naso un menù con dieci antipasti, venti primi piatti, trenta secondi e una selezione di cento dolci provenienti dai migliori pasticceri di tutto il mondo non servirà a niente.
Loro vogliono il piatto della mamma.
La domanda è: perché cazzo sei andato al ristorante quando era molto più facile andare a cena direttamente da lei?

L'azione stessa di scegliere, porta con sè delle rinunce.
Una cosa la prendi e novecentonovantanove le lasci andare.
E' la vita, bellezza, e tu non puoi farci niente.
E' questo che dovete insegnare ai vostri figli.
Non bisogna aver paura di rinunciare alle cose. Non si può avere tutto.

Fidanzate che vorrebbero poter avere un banco frigo lungo centocinquanta metri con tutti i gusti di gelato del mondo prima di poter prendere il loro (fragola e limone).
Uomini che prima di andare al concessionario hanno comprato in blocco gli ultimi due anni di Quattroruote™ e si sono studiati la tenuta dell'usato, la velocità massima, il consumo di carburante, la capacità di carico e la tenuta di strada di 494 modelli di macchine. Poi hanno disegnato uno schema ad assi cartesiani segnando quella più performante, quella col miglior rapporto qualità-prezzo, quella più innovativa, la più economica, la più sicura e infine la più accreditata dalla stampa di settore. E mentre pensavano e ripassavano gli schemini, nel frattempo, la vita gli scorreva accanto.
La moglie succhiava il cazzo al tunisino che era venuto per sistemare una crepa sul muro, la figlia adolescente squirtava negli mpeg dei suoi compagni di liceo, il suo cane lo aspettava felice ogni sera al suo rientro ma lui non se ne accorgeva, lui era lì: bloccato tra un'Audi e un Mercedes grigio scuro. Che poi sono tutte uguali, Cristo! Guardatele quelle cazzo di macchine! Sembrano fatte col pantografo, sono solamente una più grande dell'altra ma sono le stesse fottute macchine del cazzo da trent'anni. SVEGLIA!!!1!1!!!111!!!1!11!11!1!11!1
Se prendi dieci diversi modelli di Audi e le metti una accanto all'altro sembrano una fottuta matrioska, le puoi mettere una dentro l'altra!

Persone.

Persone che al supermercato vagliano dieci vasetti di pesto.
Uno è in offerta, uno ha la più alta percentuale di basilico, uno è senz'aglio, uno è fresco (e se poi non lo faccio fuori subito?) l'altro è comodo perchè scade fra un anno (umm... chissà cos'ha dentro) con uno ci posso fare la raccolta punti, uno è della marca che usava la nonna (R.I.P.) uno è della linea del supermercato, uno è la sottomarca del premium e uno è...
Uno è quello che prendono da sempre, da venticinque anni, incapaci di cambiare.
Ma prima di metterlo nel carrello, devono averne altri nove da scartare. Come il gelato fragola e limone. Da poter dire: no.

Guardateli. Si sentono i Re del Mondo (o le Regine) per il loro barattolo di pesto e per quelli rimessi nello scaffale. Si sentono un po' Nerone col suo pollicione, ma non hanno deciso niente in realtà: sono invece esseri umani in grado di affossare amicizie, matrimoni, piccole imprese, grandi multinazionali e partiti politici.

Alla Renault evidentemente, queste - e altre - cose non le studiano.
Quando arrivò il momento di dare un'erede alla vecchia (affidabile, economica e sbarazzina) Twingo, qualcuno si fece prendere da qualche dubbio di troppo.
Dov'è che aveva vinto la vecchia versione?
Era semplice, spartana ma con un suo carattere, una bella e forte personalità con quegli occhioni che la facevano sembrare un ranocchio. Certo, non poteva piacere a tutti, ma era.

Per la seconda serie - immagino - qualcuno con la camicia bianca, la cravatta e la penna nel taschino deve aver arringato una decina di yes-man in sala riunioni con la necessità di piacere a un pubblico più vasto. Doveva piacere a giovani e pensionati, maschi e femmine, single, famiglie, neopatentati, smanettoni e bauscia.
Possibile?
Risultato numero uno: il nuovo modello continuava a subire ritardi perché il design era troppo all'avanguardia, perché alcune soluzioni non sarebbero andate giù a tutti, rischiava di non piacere all'intero pianeta.
Risultato numero due: il nuovo modello uscì - finalmente - due anni dopo la data prevista ed era una splendida macchina anonima. Una scatola di metallo senza niente da dire con sotto quattro ruote. Non se la cagò nessuno, giustamente, e le vetture rimasero a prendere polvere nelle vetrine dei concessionari.
Risultato numero tre: dopo qualche tempo a Parigi decisero di 'correre ai ripari'. Naturalmente lo fecereo a modo loro. Avendo già speso milionate di euro per quell'aborto di macchina, non avevano certo tempo e soldi per farne un modello nuovo, per cui cosa fecero?
Intervenirono sulle uniche cose che non richiedono troppi investimenti: gli cambiarono il frontale e il culo.
A questo giro la parola d'ordine fu: creatività! Fuori dagli schemi! Pazzia!
Cosa accade quando metti qualcosa di eccessivamente creativo davanti e dietro a una forma anonima?
Risultato numero quattro: la Twingo che doveva mettere una pezza all'obbrobrio risultò, se possibile, ancora peggio di quella che doveva sostituire.
Addirittura la mia coinquilina, un giorno che ne incrociammo una in Loreto, mi chiese: 'Ma che cazzo hanno fatto alla Twingo?'

Doveva piacere a tutti e ha finito (naturalmente) per non piacere a nessuno.
Qual è (senza apostrofo) la morale di questa lunga storia?
E' che non esistono scelte giuste o scelte sbagliate, esiste solo decidersi.
Saperlo fare per tempo è un requisito indispensabile, oggi.
Fatelo, e non abbiate paura delle conseguenze.
E' la chiave di volta dell'intera faccenda.

Saper scegliere divide le persone ordinarie da quelle in gamba.
Saper scegliere per tempo separa quelle in gamba da quelle veramente speciali.


Cheers!








giovedì 17 luglio 2014

Sesso, bugie e powerpoint (2 - la Vendetta)






Vi ho mentito per anni.

Non faccio l'art director in una grande agenzia di pubblicità americana.
Faccio l'attore, fondamentalmente.
Inoltre, come i cittadini del MoVimento 5 Stelle dovrei restituire parte del mio stipendio, vi spiego il perché.

Quando presi la maturità d'arte alla Villa Reale di Monza avevo una ventina d'anni e tanta voglia di cambiare il mondo. Era la seconda voglia in ordine d'importanza, la prima era un'altra.

Frequentare un Istituto d'Arte è diverso che frequentare una scuola d'informatica (senza nulla togliere) o portare a termine l'alberghiera (senza nulla togliere): non è né meglio né peggio. E' differente.
Se qualcuno di voi si fosse mai chiesto cosa si insegni a un adolescente in una scuola a indirizzo artistico ricordo uno dei primissimi esercizi, nel 1985. La scuola cominciava a settembre e il compito fu quello di realizzare un biglietto di Natale col divieto però di utilizzare i seguenti elementi:
- Babbo Natale, renne, slitte, eccetera
- Alberi di Natale, palle di neve, decorazioni in genere
- Stelle comete, presepi, Re Magi e famiglie sacre tutte
- Fiocchi di neve, pungitopo e similari
- eccetera

Vi assicuro, non è stato un compito facile per un ragazzino di quindici anni. Ed era solo il primo.

Quando molti anni dopo ho messo piede nella sede milanese di una prestigiosa agenzia di pubblicità americana mi sentivo in Paradiso e - francamente - non vedevo l'ora di mettere a frutto la mia (buona o cattiva) poce esperienza. Come vedete, non ho usato il termine creativo, quella parola non vuol dire un cazzo. Avremo modo di vedere un'altra volta il perché.

Tornando al lavoro d'agenzia, dopo aver fatto un po' di gavetta (fondamentalmente aiutare altre persone nelle cose più disparate) mi affidarono personalmente di persona uno dei primi lavori veri, da fare autonomamente. Si trattava di materiali (inviti, brochure e un video) per una convention aziendale. Naturalmente non farò i nomi nemmeno sotto tortura, tipo avere qualcuno che mi legge un capitolo intero dell'ultimo libro di Fabio Volo.

Alla prima presentazione interna, un piccolo gruppo di persone mi stava guardando aggrottando le sopracciglia.
- Nooo, no, no no no.
- No, macché, non se ne parla nemmeno.
- Infatti, no... Così non va.
- Troppo, troppo...
- No, ma va... troppo...

A quel punto quindi chiesi: 'Troppo cosa?'
Il lavoro era troppo creativo.
Cioè?
Una ragazza mi prese da parte e cominciò una cosa tipo: 'Vedi Carlo, quelli sovvenditori... Cioè, parliamoci chiaro, io non voglio offendere nessuno, eh? Ma, ma... cioè, sono agenti di commercio, sono quelli che girano l'Italia in macchina con la loro valigetta... Capisci cosa voglio dire, no?'
Veramente non capivo.
'Carlo, cioè... qui non è che stiamo parlando a dei Premi Nobel, capisci? Eh, dai... cioé... dobbiamo essere un po' più diretti, capisci? Dev'essere una cosa... Bum! Track! Cioè uno deve capirla subito, senza pensare. Non deve pensare, capito?'

Forse avevo capito. Dovevo parlare a quelle persone come a degli stupidi scimmioni.

Sarei bugiardo se non vi dicessi che la storia degli scimmioni, ma a scelta possono essere sostituiti con beceroni, ritardati, automi... quello che volete voi, me la sono sentita ripetere spesso.
Anzi: molto spesso.
Naturalmente in una forma politically correct a prova di bomba.
Parliamoci chiaro, avvocati dei Clienti: nessuno ha mai utilizzato quelle brutte parole, esse sono frutto solo della mia perfida immaginazione. Inoltre i fatti sono ormai prescritti, perché stiamo parlando di oltre dieci anni fa. Quindi andiamo avanti.

Saltando a piedi pari gli anni Zero e arrivando alla modernità dell'internette, se una volta mi veniva velatamente chiesto di parlare idealmente a degli esseri privi delle più elementari funzioni logiche, posso affermare che ora la cosa è peggiorata. Se possibile.
Al momento pare proprio che, complice la forte liquidità della rete e una certa disaffezione del pubblico verso la pubblicità in generale, dicevo, pare che davvero non si capisce più a chi stiamo parlando. C'è sempre paura che non si capisca. Dev'essere a prova di stupido.

Quando inizio un progetto nuovo mi chiedo: 'Lo capirà il mio gatto?'
E se il mio gatto avesse un'intelligenza superiore all'italiano medio che spinge il carrello?
No, perché qui possiamo menarcela quanto vogliamo e usare tutti i termini anglosassoni che volete, ma la missione è sempre la stessa.
Fare in modo che un essere umano si alzi dal divano di casa e vada al supermercato a comprare qualcosa. Meglio se qualcosa che gli abbiamo consigliato noi.
In genere sono persone che hanno studiato, hanno un lavoro, una moglie, una macchina. Hanno preso la patente, vanno a votare, hanno dei figli.

Eppure, secondo alcuni individui, non capiscono.

Secondo alcuni individui, nessuno è in grado di capire o immaginare qualcosa nel 2014.
Che strano. Oppure: che paura.

Prima vi dicevo che dovrei restituire parte del mio stipendio, come i cinquestelle.
Perché?
Perché a volte passo metà giornata a preparare qualcosa che so benissimo non andrà da nessuna parte ma devo farla lo stesso. Letteralmente butto dalla finestra tempo prezioso. Dovrebbe esserci una voce nei timesheet chiamata 'tempo buttato dalla finestra'. Speriamo che sotto nessuno si faccia male.
Mica di cose astratte e/o di concetto, il più delle volte sarebbero (sì, stavolta) roba che capirebbe chiunque.

- Puoi fare questa scritta rossa?
- No.
- E perché?
- Semplice, il fondo è verde.
- E allora?
- Come sarebbe 'e allora'... Non si può fare una scritta rossa su un fondo verde perché frigge. Vibra. Fa male agli occhi.
- Vabbè, ma tu non puoi farla lo stesso?
- Ma perchécazzo devo fare una cosa che va contro l'ABC della grafica? Anzi, perdonami... non tanto contro l'ABC della grafica o del buonsenso, è proprio una questione scientifica, tipo Superquark. I bastoncelli per la visione della luce si comportano così: se gli metti il verde e il rosso accanto, impazziscono, non si leggono le parole, spariscono i contorni delle figure... Non si può, Cristo!
- Sì, ma tu tecnicamente puoi. Fallo, no?
- Ma perché?
- Ma perché SE NON LO VEDO NON RIESCO A IMMAGINARMELO! Tu fallo!
- Cazzo, no!
- Cazzo, quanto sei polemico, fallo e basta!

- Senti cara, e tu me lo succhieresti l'uccello?
- NOOO! Che domande sono?
- E perché no?
- Perché non mi piacerebbe.
- E come fai a dirlo se prima non ci provi?
- No, ti dico che non mi piacerebbe.
- Tu intanto succhiamelo, poi se non ti è piaciuto me lo dici, no?
- No, non ti faccio nessun pompino! Porco!


Allora lo vedi che un po' d'immaginazione t'è rimasta?