martedì 18 novembre 2014

Arrivederci






L'altra mattina ero al bar per un caffè e mi sono accorto che sottotraccia è cominciato il definitivo conto alla rovescia per la fine del mondo. Altro che Maya del 2012 o Interstellar.
C'era (vedi immagine) una copia della Gazzetta dello Sport lì sul tavolo.
Non è cambiato quasi niente, già da bambino le gazzette stropicciate si affacciavano dai frigo Algida (quello marrone: erano gli anni Settanta) del tabaccaio di viale Espinasse.
Non è cambiato quasi niente - dicevo - tranne il fatto che nel 2014, la prima notizia con cui si apre è: Antony Morato.

In questa spirale infernale di discesa verso lammerda, ad esempio, i giornali de carta hanno deciso di adeguarsi allo stile de internette. Da disattento lettore di Repubblica (di carta) non me n'ero accorto.
Non ci avevo fatto caso fino a quando l'occhio non mi è caduto sulla prima notizia de La Gazzetta dell'altro giorno. Cioè: Antony Morato.

Spiace sapere che a voi non faccia né caldo né freddo.
A me francamente ha fatto un certo effetto. Brutto, s'intende.
Lo spostamento di quel banner pubblicitario da sopra a sotto la testata la dice lunga, lunghissima, sulla deriva di questo stupido pianeta. Quell'annuncio subito là sotto è un pugno nello stomaco.
Si tratta di un'invasione che non permetteremmo mai, nella vita reale, a niente e a nessuno.
Invece finalmente abbiamo definitivamente calato le braghe, come se ce ne fosse bisogno, davanti agli inserzionisti che (giustamente dal loro punto di vista) fanno sentire forte la loro voce dato che sono praticamente gli unici che di fatto pagano e mantengono in piedi gli ultimi quattro quotidiani rimasti nelle edicole.
Quando trovi le edicole.
Peccato.
Con buona pace di (quella merda di) Grillo che gioisce per la chiusura de l'Unità e che si augura nelle sue conferenze stampa un futuro di giornalisti disoccupati. Saremo tutti più contenti e più liberi quando ci abbeveremo come capre all'unica fonte della verità dalla colonna destra del suo sito, quello che ospita il click baitig estremo della mosca tze-tze. Grillo, fai un piacere: impiccati.
E fallo assieme ai tuoi, va.

E' un po' il solito discorso del coltello e da quale parte del manico ti trovi.

Il panorama dell'informazione è più che mai abbastanza desolante, questo è vero.
La cosa peggiore è che proprio ciò che doveva salvarci (ma quando mai?) ci sta invece portando a fondo, in un infinto ed eterno mare di merda. Quanta ignoranza di ritorno. Quanta pena mi fa questo web.

Ognuno può scrivere quello che vuole (proprio come me, qua) e tutti quanti sono/siamo diventati giornalisti, opinionisti, esperti di cucina, di cinema e di politica.
Naturalmente no.
Naturalmente no, no e ancora no.
Siamo solo inconsapevoli concorrenti della Corrida di Corrado.
Magari mi ripeto, ma basta farsi un giro nei commenti di qualsiasi articolo on-line per imbattersi nella bruttezza di cosa siamo diventati.

A-ha! Qua casca l'asino.
Quella bruttezza non è una cosa che siamo diventati.
Forse lo siamo sempre stati ed io me ne sono accorto come al solito troppo tardi.

A me piace fare l'esempio del bar.
Quel bar che ti piaceva tanto, ma poi hanno comincaiato a venirci in tanti.
In troppi.
Poi qualcuno ha cominciato a sbracare, gli altri si sono adeguati, e alla fine è diventato un puttanaio.
Facebook era diventato (per i miei standard) un puttanaio e me ne sono andato.
E sto benissimo senza.

Anche tenere un blog (questo) dopo un po' di anni mi ha stancato.
Ho detto tutto quello che avevo da dire. Già un anno fa avevo chiuso - per un po' - ma ho voluto riprovarci. Ho trascinato un po' la cosa, ma non sto facendo un favore a nessuno.
Ora però basta, basta davvero.
Ora ne è passato un altro e devo dare ragione a Stefano D'Orazio, ultrasessantenne batterista (cane) dei Pooh.
All'ultima serata dell'ultimo suo concerto è sceso dalla batteria, è andato al microfono e ha detto: 'A regà, io nun me sto più a divertì, e se continuo me sembrerebbe de mancarvi de rispetto'.
L'ha detto con parole molto più belle e ha fatto versare una piccola lacrima anche a me.

Quindi, se ha mollato il batterista dei Pooh, credo di poterlo fare pure io. Senza rimpianti.

Un caro saluto a chi mi ha seguito fin qui.




P.S: Se - e quando - verrò richiamato da un'irrefrenabile voglia di scrivere, farò in modo di farmi trovare.











lunedì 27 ottobre 2014

Siamo sempre qua

E' la fine di ottobre, quasi un mese che sono uscito da facebook.
Magari mi ripeto, ma dal momento che i primi benefici li ho avuti dal giorno dopo, provate a immaginare come si sta passato un mese.

Benissimo.

Al sabato mattina presto, prima di andare in palestra, solitamente faccio colazione al locale sotto casa.
Mi metto comodo sul divano in pelle e butto un occhio al Corriere della Sera mentre la mia coinquilina sfoglia Io Donna.
Ci sfondiamo di cappuccini e brioche con la crema per andare poi a cercare di smaltirli da 20 hours, una struttura di terroristi-stalker (il loro unico interesse è rifilarti abbonamenti annuali e ingressi omaggio per gli amici) travestiti da palestra.

Usciti dal tunnel del social-a-tutti-i-costi non resta che cominciare a trarne le prime impressioni/conclusioni.
In rigoroso ordine sparso.
La terza (notate l'ironia, essendo in ordine sparso non comincio dalla prima): un po' come quando riguardi le tue foto degli anni Ottanta e ti chiedi come hai potuto indossare quelle spalline e acconciarti i capelli in quel modo. Io l'ho fatto, tu l'hai fatto, tutti l'abbiamo fatto.
E tutti, prima o poi, ridendoci sopra ci siamo chiesti come sia stato possibile.
Guardi il tuo diario facebook e pensi: ma a chi cazzo sarà interessato - realmente - se venerdì ero al sushi, sabato ho tatuato un nano, domenica una ballerina e lunedì ho fatto il bagno al gatto?
E come ho potuto rigirare (FATE GIRARE!!1!!1!) quei fottuti meme?
E come ho potuto dare ascolto ai deliri di Grillo? Eppure l'ho fatto.
Cià, dimentichiamo in fretta, va.
La quinta è che in metropolitana ho più tempo per osservare - senza il rischio di essere visto - gli altri individui che (come ho fatto io fino all'altro ieri) ficcano i loro occhi sul display dell'iPhone intrufolandosi nelle vite degli altri per quaranta minuti e li staccano in maniera automatica solo alla loro fermata. A volte, a giudicare dalle loro facce, sembrerebbe all'improvviso 'dopo' la loro fermata!
Ah ah ah! Scherzavo, non mi è mai successo di assistere a una scena simile, ma è molto verosimile.
Li osservo e annoto come l'umanità sia numerosa e varia.
Ma anche a come vorrei ridurla, magari con l'aiuto di un fucile semi-automatico.
La nona è che, prese le distanze da come ci vorrebbe Zuckerberg, tutto prende una forma e un sapore diversi. C'è stata per qualche tempo una doppia pagina su Repubblica (cartaceo) dedicata alle app e alle delizie digitali in arrivo dalla Silicon Valley. Ogni week end.
Tutto ciò era sicuramente divertente e interssante, a patto di non possedere un iPad o similari.
Perché poi, una volta che ce l'hai e una volta che sei stato nello store a scaricare app come se piovesse, ti accorgi che per la maggior parte non servono a niente. O a poco. O che comunque vivresti benissimo senza.
Con le loro eccezioni, ovvio.
Dio benedica le mappe di Google (e tutte le altre), benedica WhatsApp e TripAdvisor e forse altre due o tre. Ma le restanti 1milione e duecentomila?
Perché sono appena stato a vedere su Wikipedia e a oggi, le app disponibili (solo per mac) sono oltre 1.200.000
Nessuno ve lo verrà mai a dire, ma per la maggior parte di voi, specie se avete più di 14 anni, quel milione e passa di app non serve a un cazzo. Giacciono morte o in coma profondo nella memoria remota di qualche iPhone. Qualcuno ci ha lavorato sopra, qualcuno ci avrà pur messo - e perso - dei soldi.
Quella doppia pagina di Repubblica è sparita, o si è trasformata in qualcosa di diverso.
Che se prima guardavo con ammirazione, ora lo faccio con indifferenza se non con un sentimento simile alla pena.
La sedicesima è che a volte, fa proprio bene prendere le distanze dalle cose.
In generale, non per forza dalle cose tecchi enologiche.
Oggi, per fare un esempio, ho accompagnato un'amica a prendere degli occhiali in un negozio del centro città.
Proprio centro-centro.
Luci, luci, luci! Scale di vetro, pareti bianche, addetti alla security in completi di Armani e con l'auricolare. Arredamento minimal, mensole in vetro, specchi, divani in pelle bianca.
Quanto stile! Quanta bellezza! Quanto charme!
Poi, proprio davanti a un paio di occhiali da vista di Tom Ford da duemilamiliardidieuri messi lì in una teca in vetro come fossero il Più Grande Diamante del Mondo o un Ritaglio della Sacra Sindone... Proprio in quel momento ho fatto il seguente pensiero:
Ma tu, ma dimmi un po'.
Tu, sì, tu, commessa che parli dieci lingue e che stai imbustando quegli occhiali come fossero oro caldo colato direttamente dalle gambe di Scarlett Johansson.
Tu, commesso alla cassa che sei magro, pulito, depilato e profumi di borotalco.
Tu, che maneggi quella custodia di Ray-Ban come fosse l'ultimo ovulo fecondabile della specie umana sulla terra.
Ditemelo, ditemi una cosa: ma non vi sembra ridicolo tutto quanto?
Ma di che cazzo stiamo parlando?
Ma quante sovrastrutture ci sono dietro questa montatura di occhiali?
Non potremmo essere tutti più rilassati?
La risposta è: sì.
E arriviamo all'ultima cosa.
La seconda, cioé: vediamo di non prenderci troppo sul serio.
Che poi ci si resta male.
Dopo gli occhiali siamo andati a prendere un caffè in un bar dietro via Montenapoleone e... quante sceneggiate per una tazzina di caffè e un dolcetto.
Quanti balletti, quanti inchini, quanto teatro.
Teatro, appunto.

E allora, facciamo come a teatro.

Sipario.







P.S: So che vi interessa.
Nonostante il blog non goda più della pubblicità di facebook, i numeri ricominciano a salire.
E non siamo più pochini pochini.
Siamo sempre pochi, ma con qualcuno in più.
Lo vedete?
Si può fare.



giovedì 16 ottobre 2014

L'importanza delle parole

Non ho mai conquistato una donna.
Non so cosa voglia dire sentirsi sussurrare all'orecchio cose tipo 'Mi piaci' o 'Vorrei scopare in piedi contro quella parete'.
A dire il vero nemmeno cose meno impegnative tipo 'Facciamo un po' di ginnastica e poi togliti dal cazzo per il resto della mia vita'.

Questa immensa tragedia è avvenuta per almeno tre motivi.
Il primo è che non ho proprio un bell'aspetto.
Il secondo è che non ho esattamente un bel carattere.
Il terzo - a seconda dei casi può essere il meno o il più grave - è che fondamentalmente, le donne non le capisco.

Oggi è entrata in ufficio una mia amica-collega della quale per motivi di privacy non farò né il nome né il cognome, ma mi limiterò a dire che è una ragazza dal bell'aspetto e dai modi urbani. E' una persona a posto, una tipa ok. Insomma, una che ha tutte le carte in regola per aspirare a dei rapporti normali con altri esseri normali consenzienti.

Il suo racconto è cominciato da un ragazzo che le piace.
Uno che ha destato il suo interesse.
Il fortunato (che ancora non lo sa o/e che molto probabilmente non sospetta e che forse non lo saprà mai) si è trovato a sua insaputa nel mezzo di un esame importantissimo per il futuro della loro storia.
Esame che a quanto pare... non ha superato, poraccio.

Torniamo al racconto di lei.
Lei si trovava in un locale in compagnia di altre persone e ha mandato questo invitante messaggio a lui: 'Ciao, sono al (nome del locale) con amici, ma stiamo per andarcene a casa. Passi a trovarci?'

Fermi tutti.
Un messaggio del genere è invitante quanto una passeggiata scalzi su un tappeto di puntine arrugginite.
O come guardare un'intera stagione di servizi di TG2 salute con Luciano Onder che parla della prostata.
A chi cazzo mai verrebbe in mente di rispondere a un sms così poco promettente?
Una serata in compagnia di sconosciuti che tra l'altro volge al termine.
Ma il malcapitato - proprio come avrei fatto io - non ha inteso che quel messaggino era - a sentire lei  - un esplicito invito a divertirsi in due (quindi senza il resto delle persone citate nel messaggio), face to face (non in quel locale perciò), tete-a-tete, insomma: quasi un semplice orpello. Un preludio inutile a quello che ci sarebbe stato dopo.
Alla più scatenata, lunga e folle notte di divertimento che Milano abbia mai visto negli ultimi venti anni.

Occhi negli occhi, mano nella mano, cuore nel cuore.
Solo noi due, solo l'amore e l'universo che ci guarda commosso e che ci stringe in un eterno abbraccio di stelle.

Lei ci è rimasta malissimo, lui non si è presentato.

E' proprio un idiota che non ha capito nulla, ma come si fa?



giovedì 9 ottobre 2014

Fuori dal Truman Show

The Truman Show è un bellissimo film di qualche anno fa con Jim Carrey.
E' uno dei suoi due lavori (l'altro è il bellissimo Se mi lasci ti cancello, Dio maledica l'idiota che ha scelto una traduzione tanto ridicola e rozza dell'originale Eternal Sunshine of the Spotless Mind) dei quali non ne avevo saputo apprezzare subito la grandezza.
L'enorme grandezza: dei temi affrontati e nel modo in cui ce li racconta
Mi erano piaciuti - chiaro - ma ero andato a vederli sull'onda di Bugiardo Bugiardo, Scemo & più Scemo e Ace Ventura. Non sapevo invece, ignorante come sono, che il vecchio Jim è in grado di tenere botta a cose più interessanti delle solite facce alla (Dio lo benedica) Jerry Lewis.

Quello che ancora non c'era in Truman Show - perché nessuno poteva prevederlo nel 1998 e perché non avrebbe avuto più alcun senso come elemento nella storia - era il fenomeno social.
Esattamente quello che ci ha portato oggi ad essere tutti quanti - chi più chi meno - dei perfetti, piccoli e consapevoli Truman.
Un po' come quando da bambino d'estate leggievi Diabolik sul cesso della pensione all inclusive di Riccione.
Vedere Diabolik ed Eva Kant che si parlavano attraverso l'orologio faceva un certo effetto.
Nel 1982.
Oggi fa molto meno effetto. Anzi, vai da Mediaworld, ti compri l'Apple Watch e chiami all'orologio chi cazzo vuoi, pure tua madre se è il caso.
Ma'? Butta la pasta che arrivo.

Non voglio contare i giorni da quando sono uscito da facebook, non voglio fare come quelli che contano i giorni da quando sono sobri.
Perché il solo fatto di contare ti rende in realtà ancora un po' schiavo da qualcosa.
La vera libertà la conquisti quando manco ti ricordi da cosa stavi scappando.

Naturalmente non ho niente di personale contro facebook o contro il mondo social tout court.
Anzi, dal 2007 la mia 'vita social' mi ha fatto fare nuove conoscenze (per la maggior parte elettroniche ma in qualche raro caso anche in carne ed ossa) e mi ha regalato tantissime soddisfazioni.
Ma siccome nell'Universo tutto sottostà alle leggi dell'Universo stesso, anche la 'bellezza' del social deve sottostare alla normale curva di crescita e morte per l'interesse di qualsiasi cosa.

Da bambino avrei venduto mia madre per avere una consolle che si chiamava Intellevision™, che era la versione vintage delle attuali Playstation.
Da adolescente avrei venduto mia madre per una Vespa 50.
Da adulto l'avrei venduta per una Harley 883 nera e arancio.
Come vedete, quella che resta costante è l'immagine di mia madre con un cartellino del prezzo attaccato alla manica della giacca. Poverina.

Quello che invece ultimamente non ha mai sfiorato né me né lei è l'ossessione per i numeri nel mondo digitale.
I numeri, in rete, si possono modificare a piacimento con la facilità con cui si prepara un uovo sodo.
Io non lo sapevo all'inizio, ovvio.
Anzi, c'è stato un lungo periodo in cui esclamavo: Oooooooooooh! A ogni case history dai numeri a sei zeri.
Poi, c'è sempre un poi, è intervenuto un momento di presa di coscienza - senza bisogno di essere grillino - che con cifre ridicole (stiamo parlando di poche decine o centinaia di dollari) è possibile acquistare pacchetti di 'like'. A tonnellate.
E non solo per facebook.
Te servono visualizzazioni der tuo video su Yotubbe?
Te serve quanrcuno che voti la tua foto pe un concorso onlàin?
Te serve quarcuno che parli bene der tuo ristorante onlàin?

Tutte queste cose (e molte altre) sono acquistabili LEGALMENTE nel nostro Paese.
Vuoi avere il tuo sito di serramenti e tapparelle in plastica che scoppi letteralmente di entusiasti feedback positivi da ogni parte del mondo? Non c'è niente di più facile da ottenere - ripeto - con poche centinaia di dollari.

Scoperto questo, che è un po' come scoprire che Babbo Natale non esiste, si resta abbastanza imperturbabili a sapere che un miliardo di persone ha guardato questo o quel video. O che a milionate si stanno lanciando in qualcosa. Il più delle volte, anche a voler essere magnanimi con i numeri e immaginandomi che siano sempre veritieri... Non mi interessa.
Non mi si muove un sopracciglio a sapere che millemiliardi di persone si sono rovesciati un secchio d'acqua gelata in testa o che si stanno facendo dei selfie appena svegli, naturalmente per una buona causa. A proposito, Naomi Campbell va a letto truccata, visto che il suo autoscatto del risveglio mostra evidenti segni di eye liner e mascara per i suoi occhi da cerbiatta.

La verità banale, triste, mortificante e miserabile è che tutti quanti si fanno quei cazzo di selfie con l'hashtag davanti solo (e ripeto solo) per la loro voglia di apparire su Repubblica.it o sul suo equivalente americano.

#salviamo:
- l'orso
- il cane
- gli animali del circo
- i poveri di tutto il mondo
- le donne maltrattate
- i bambini soldato
- i bambini-operai-schiavi che lavorano nelle fabbriche cinesi dove producono lo smartphone con il quale mi sto facendo il selfie per dire #basta ai bambini operai schiavi che lavorano nelle fabbriche cinesi dove producono la televisione dove guarderò al telegiornale un servizio che dice #basta ai bambini operai schiavi che lavorano nelle fabbriche cinesi dove producono le scarpe da calcio da mettere ai piedi dei campioni milionari della nazionale che dicono #basta pagare le tasse qua in Italia, prendiamo la residenza a Londra o a Montecarlo, così potremmo dire #basta a questo Paese arretrato di bamboccioni, raccomandati e figli di papà. Parola di Lapo Elkann.
Parola di lui e quelli come lui, ma più stupidi.

Quelli che, insomma, se un immigrato viene in Italia ci ruba il lavoro, ma se un italiano va all'estero è perché sta cercando un'opportunità.

Meditate gente, #meditate.

Oggi, per pura curiosità sono andato a vedermi un po' di siti, di quelli che hanno come denominatore comune le cose del tipo:
- come vorresti la tua città?
- come ti immagini il futuro?
- per cosa sei pronto a batterti?
- qual è (senza apostrofo) la tua idea di sostenibilità?
- eccetera eccetera

Come sempre devi fare una foto a qualcosa, metterci un #hashtag davanti e condividerlo nel mare agitato della rete.
Naturalmente, buona parte degli 'interventi degli utenti' era scritta dalla stessa mano di un copywriter precario con un contratto a progetto di qualche piccola, media o grande agenzia di comunicazione.
Qualche raro contenuto vero aveva la profondità di pensiero (e di esposizione) delle normali cose che si dicono al bar, dopo il terzo Campari.
Con l'aggravante che quella #roba dev'essere stata scritta da gente sobria che pensava realmente che qualcuno (oltre me) legga davvero quei commenti. O che, magari possano servire davvero a qualcosa, un giorno.

Sì, in effetti quei quattro contenuti veri - e gratuiti - serviranno a qualcuno per lucrarci sopra.


Quanta tristezza in questo enorme Truman Show.




P.S: Aggiornamento della mia vita senza facebook, tipo alcolisti anonimi.
Senza il suo supporto media, il mio blog è precipitato a numeri da prefisso.
Il mio ultimo pezzo è stato letto da undici persone, che sono venuto a cercarselo (se almeno riuscissi ad arrivare a dodici, potrei dire di aver avuto dei discepoli).
Per la mia vanità è stato un brutto colpo, ma in realtà se ci penso bene... meno siamo e meglio stiamo.
Lo diceva Arbore fin dai tempi di Quelli della Notte.

Sììì, la vita è tutta un #.





martedì 7 ottobre 2014

Il boccafricio e un po' di anni Novanta

Ci sono state tante volte in cui mi sono vergognato di essere un pubblicitario.
Nei primi anni Duemila c'è stato uno spot Aquafresh (tranquilli, non me lo ricordavo: l'ho cercato in rete) che diceva una cosa tipo: Perché chiamarlo solo dentifricio? Fa così tante cose buone e utili per la bocca che lo chiameremo boccafricio.

B-o-c-c-a-f-r-i-c-i-o.

Non ho mai saputo - né mi interessa saperlo - se fosse solo una traduzione indegna di un'idea malsana americana o cose del genere. So solo che mi vengono i conati di vomito quando ci ripenso.
Anche perché - lo ricordo solo per i non addetti ai lavori - purtroppo un'idea buona ha nel 90% dei casi gli stessi costi di un'idea demmerda. Quindi, quando vedete qualcosa di orrendo che passa in TV, sappiate che paradossalmente non si è certo risparmiato sulle idee.
Ho detto TV, ma vale per tutti i media: affissioni, stampa, internet, mobile... tutto.
Nessuno mi toglie dalla testa che qualcosa dev'essere andato storto su questo pianeta negli ultimi vent'anni. Altrimenti non si spiega. Faccio un esempio.
Sfida: ditemi (a memoria) una sola offerta della vostra compagnia telefonica preferita.
Non importa quale (Tim, Vodafone, Wind, 3...) avrete visto almeno cinquanta spot al giorno per ogni giorno negli ultimi tre mesi.

Ditemi l'offerta.

Non la sapete.
Non vergognatevi, è normale.
Non la sapete perché non importa.
Oramai siamo alla semplice (si fa per dire) occupazione degli spazi. Spazi del nostro/vostro cervello.
Tipo in guerra, si prendono le posizioni, punto, fine, stop.
La quantità di messaggi pubblicitari a cui siamo sottoposti - a oggi, 2014 - credo che non abbia precedenti nella storia della galassia.

Vi siete appena svegliati, state facendo colazione e avete la radio accesa per sentire che è successo nel mondo. Avete ancora le cispe negli occhi, il cervello non è ancora padrone di tutte le sue funzioni ma vi siete ciucciati la prima scarica di consigli per gli acquisti.
La strada che vi porta al lavoro (se siete tanto fortunati da averne ancora uno) sarà tappezzata di manifesti ovunque. Lungo le strade, sui palazzi, alle fermate dell'autobus. Ovunque, tranquilli.
Siete a prendere un caffè al bar.
Prendete in mano La Gazzetta dello Sport, la trovate sopra il freezer dei gelati. Guardate le prime dieci pagine e ditemi quanto spazio trovano gli articoli e quanto le inserzioni.

Avete finito d'incanto la vostra giornata lavorativa, siete a casa ed è appena anche finito il tiggì.
L'altra sera (io guardo quello di la7) ci sono stati come quasi sempre QUINDICI minuti consecutivi di pubblicità interrotti solo da Mentana che diceva: Non ci sono altre notizie di rilievo, diamo la linea a Ottoemmezzo.
Poi Floris ha presentato i suoi due ospiti in studio - roba da dieci secondi - prima di mandare nuovamente un break di altri sei/sette minuti.
Ottoemmezzo, non è un segreto per nessuno, inizia da tempo verso le novemenounquarto. Dovrebbero essere onesti e cambiargli nome.

Ma da quello stesso tempo, il vostro film preferito viene interrotto non solo dai break pubblicitari, ma da quelle fasce sotto a sinistra in trasparenza, presente? La scena del film prosegue come sempre, ma là sotto potete trovarci Milly Carlucci che balla o Enzo di Real Time che sorride dai suoi completi impeccabili. Impeccabili per lui, ovvio.

Non provate a cambiare canale. Non serve. Non esiste nemmeno più un vero e proprio prime time.
L'onda pubblicitaria prende tutti. Sky, Mediaset, Rai, puoi passare non so quanti minuti consecutivi a cercare qualcosa tra uno spot e l'altro. Ma stai sereno, anche se hai trovato una cosa che ti interessa, verrà interrotta da lì a cinque minuti. E' matematica. Puoi scommetterci.

Arriva un messaggio sul telefono.
Non è un amico - senza l'apostrofo - né (tantomeno) un'amica.
E' la palestra, è la palestra che se rinnovi entro sabato hai uno sconto o dei premi.
Ma hai appena rinnovato.
Non importa, devi ri-rinnovare. No, è una questione di principio, non ri-rinnovo.
Allora, domani, appena passerai il tornello, la ragazza sorridente ti darà un ingresso omaggio.
Ma perché mi dai un ingresso omaggio se già pago l'annuale?
E' per un amico. Porta un amico, avrai dei vantaggi anche tu.
Ma quali vantaggi? Lasciatemi stare.
Pronto, chi è?
E' sky. Cosa cazzo volete? Non lo vuoi il pacchetto cinema?
No, diocaneee, non lo voglio quel fottuto pacchetto demmerda!
E il decoder hd con mysky? No, no, nooo!
Pronto, è il signor Costa? E' la banca.
Ti caghi addosso, pensi: Cazzo, vuoi vedere che sono in rosso o che mi hanno clonato la carta di credito?
Macché.
Lo sa, signor Costa, che se chiede un piccolo prestito - anche 2.500 euro - le abbassiamo la rata del rimborso del tasso dello sconto sulla percentuale del 12% netto che se somma al 7% del 3%, sette e tre dieci e due dodici, se passa in filiale e mette una firma pensiamo a tutto noi.
Ma a tutto cosa?
Porti un amico in filiale.
Ma come, come la palestra?
Ci chiami, vada sul sito, metta mi piace.
Eh?
Si faccia un selfie con l'hashtag e condivida.
Ma cosa?
Alle prime trenta telefonate due cuscini in regalo, ma solo in edicola.
Eeeeeeeh?

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Mi sono rifugiato nell'unico posto sicuro: il passato.
Qua nessuno viene a rompermi il cazzo, diocane.

Vado alla bancarella dei compagni comunisti e mi compro dei bellissimi Urania fantascienza o Gialli Mondadori a 1 euro. Vecchi, con le pagine marroncine che sanno di muffa.
E la cosa più dolce, chiudendo il libro prima di addormentarmi, è guardare il prezzo in quarta di copertina: 6.900 Lire.

Andatevene tutti affanculo.



mercoledì 1 ottobre 2014

100 giorni (anzi, per sempre) senza facebook - Ep. #03 - THE END

(Questo post è una ristampa, se lo hai già letto, non rileggerlo)

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(segue da Ep. #01 e #02)

C'è sempre una certa discrepanza tra quello che ci si immagina è quello che, invece, poi capita.
Pensavo infatti di prendermi non so quanto tempo e quanti post per raccontare-descrivere-motivare questo addio a facebook.

Invece ne sono stati sufficienti tre, di cui questo è il terzo e ultimo.
Ed è stato tutto molto più semplice del previsto.
Ve lo racconto, un giorno potrebbe capitare anche a voi.

Fase UNO - lo sconforto degli amici misto all'insostenibile leggerezza del media
In pratica, siamo/siete oramai così abituati a leggere solo i titoli come-stile-di-vita che qualcuno ha pensato che avessi dato le dimissioni dall'agenzia, mentre altri pensavano che avessi smesso di tatuare.
Preoccupante.
Me ne sono solo andato da facebook.

Fase DUE - i professionisti della coerenza
Qualcuno mi ha fatto notare - in privato - che non corrispondeva al vero il fatto che io me ne fossi realmente andato da facebook dato che il mio prifilo risulta in realtà ancora oggi visibile.
Per queste persone (e a chi interessa) specifico quanto segue: in effetti l'agenzia di pubblicità per la quale lavoro ha un'importante fetta di business che si occupa di social.
Chiudere (nel senso di disattivare) il mio profilo sarebbe abbastanza controproducente perché non mi permetterebbe di lavorare, quindi dal 27 del prossimo mese potrei avrei i primi problemi col mutuo, le bollette, la spesa e le scatolette del gatto.
Se vi offrite di pagare al posto mio, posso cancellarmi del tutto.
Accontentatevi di sapere quindi che attraverso il mio account di facebook continuerò (eh sì!) ad avere  accesso al social network di Zuckerberg tutte le volte che il lavoro me lo richiederà.
Spero che questo dettaglio non faccia di me un pericoloso bugiardo, ma nel caso sopravviverò.
In fondo ho (ri)smesso di fumare ai primi di agosto eppure ho ancora tre pacchetti di Camel azzurre a casa e uno in macchina. Sono lì. Basta non andare ad aprire il pacchetto.

Fase TREil mio blog Cernusco Ink
Avevo l'abitudine di pubblicizzare i miei post nella bacheca facebook, quindi ero anche abituato a un certo numero di lettori. Per carità, sto parlando di poche centinaia, niente che ti cambi la vita.
Mi sono accorto (non serviva una laurea) che dal momento in cui non l'ho più fatto il numero di visite è precipitato fino a una specie di face-to-face.
Credo di avere adesso lo stesso pubblico (in termini di numeri) di YouDem, la tv del Partito Democratico.

Fase QUATTRO - benefici immediati
Non prendendo più in mano il mio telefonino per controllare gli status degli altri o per inondare la rete di foto del mio gatto sphynx mi sono accorto in realtà di quante volte al giorno lo facessi, praticamente senza pensarci. Presente quando guardi l'orologio e subito dopo non ti ricordi che ora era? Ecco: così.
E per le foto del gatto? Certo, ho Instagram, ma è tutta un'altra cosa. Molto più relax, nessun gomblotto, niente scie chimiche. E anche se sparisci per un anno, nessuno pensa che hai dato le dimissioni o che ti stai separando.
Ho quindi molto più tempo per le cose di tutti i giorni, tipo leggere un romanzo di fantascienza Urania in metropolitana.

Fase CINQUE - benefici generici
E' un altro vivere, lasciatevelo dire.
Già, ma dirlo a chi?
Metto o non metto il link a questo post su facebook?
Lancerò una moneta in aria.
Se viene testa, questo pezzo verrà letto da trecento persone.
Se viene croce, saremo in dieci.

E così sia.






martedì 30 settembre 2014

100 giorni senza facebook - Ep. #02

(segue da Ep. #01)

Questi 100 giorni senza facebook saranno l'opportunità di rimettere a posto un po' di cose.
Sono tante, il tempo non mi manca.
Cercherò di tenere una specie di diarietto, appuntandomi qua e là gli episodi divertenti e/o le cose che comunque mi hanno dato o mi daranno da pensare. Saranno sicuramente in ordine sparso, tranne la prima.

La prima, sarò sincero, ma proprio la prima cosa che mi ha fatto prendere questa decisione ha a che fare con la troppa violenza che ha preso un po' troppo spazio nel social network di Zuckerberg.

La violenza 01.
Violenza scritto in corsivo non vuol dire necessariamente le foto condivise di cani bastonati, squartati o lanciati vivi giù dai ponti, per quanto non si possano definire cose piacevoli. Tempo fa c'è stata una settimana, un periodo, in cui la mia bacheca era invasa da foto terrificanti di qualsiasi abuso un essere umano potesse immaginare su un animale. Su un animale vivo, intendo.
Certo, naturalmente ogni link diceva cose tipo: fermate questi assassini! o fermiamo questo massacro! (notate i punti esclamativi) ma anche senza averne mai aperto uno, il solo vedere le anteprime mi ha fatto passare dei brutti momenti. Immagini che ancora non sono riuscito a togliermi del tutto dalla testa e che di tanto in tanto ancora risalgono all'improvviso.
Il mondo è già un posto difficile dove vivere. Ci sono ingiustizie, guerre e morti un po' ovunque. Dovermi occupare anche degli psicopatici che torturano gli animali e di quegli altri psicopatici che gli fanno da cassa di risonanza è stato troppo.
Ingenuamente, per i primi tempi, ho cercato di annunciare al resto della comunità che la cosa mi dava fastidio, poi, fatti due calcoli mi sono accorto che la cosa stava 1 a 1 milardo.
Cioè, c'ero io da una parte e... un miliardo di utenti dall'altra. Non poteva funzionare.
Quindi ho semplicemente tolto dalle mie amicizie elettroniche chiunque trattasse l'argomento.
Avevo scelto facebook perché doveva essere uno svago, non una finestra aperta sull'inferno.

La violenza 02.
Più che di violenza, forse possiamo parlare di un eccesso di inutile cinismo gratutito.
Negli anni, ho visto la gente cambiare.
Ho visto le persone trasformarsi e diventare dei pericolosi 'se stessi digitali'.
Un po' come quelli del Grande Fratello, che dopo la prima edizione, capiti i meccanismi, non erano più persone reali che andavano a fare un reality, ma solo esseri umani che impersonificavano (male, tra l'altro) delle maschere.
Metà teatro greco, metà spettacolo dell'oratorio. Tra i punti più bassi che un essere vivente possa toccare. E non sto parlando dei dieci pirla chiusi nella casa, ma dei dieci milioni di pirla che li guardavano dal buco della serratura.
Facebook, specie ultimamente, è come se autorizzasse chiunque a dire o a fare qualsiasi minchiata. Tanto è su facebook. Un po' come dire: pesscherzo mica davero.
Eh no. Quello era Second Life, se volevi andare a rifarti una vita nuova, differente, con un tuo avatar  a forma di pecora, di ambulanza o di sedano (liberissimo di farlo) c'era e c'è ancora Second Life.
Ti costruisci il tuo alter ego, fai quello che vuoi e nessuno ti dirà niente.
Non starò lì a giudicarti male, perché si tratta di un gioco.
Se però cominci a fare un po' di confusione tra il vero e il falso, tra il serio e il faceto, tra cosa conviene e cosa non converrebbe affatto mettere in bacheca, lì è meglio che cominci a fare attenzione. Sei su un terreno scivoloso.
Non devi preoccuparti di me se decido di toglierti l'amicizia elettronica, devi preoccuparti di tuo figlio quando ti siedi a tavola. Dovresti preoccuparti di cosa gli stai insegnando, sempre che tu gli stia insegnando qualcosa.

La violenza 03.
Più che violenza, i troll.
Un conto è avere a che fare con degli sconosciuti dispettosi che saltuariamente può capitarti di incontrare su un forum di appassionati di moto bicilindriche o di film di fantascienza. E vabbè.
Un conto è avere qualcuno che trolla il blog di Grillo, un conto è avere qualcuno che trolla nei commenti di Repubblica, un conto è avere qualcuno che trolla qua e là. E vabbè.
Un conto è svegliarsi una mattina e accorgersi (all'improvviso e in colpevole ritardo) di avere troll ovunque.
Di averceli nei giro degli amici più stretti, di averne uno addirittura che ti trolla un giorno sì e l'altro pure su whatsapp!
Quando il tempo per stanare i troll ha superato il tempo necessario alla lettura della rassegna stampa di fb ho pensato che era troppo. Quando non sono più riuscito a comunicare normalmente con un mio amico ho pensato che era troppissimo. Gli ho tolto l'amicizia, pure quella vera, in attesa che (non si sa mai) decida di ritornare a vivere nel mondo reale. Almeno per un po', fino alla prossima trollata.

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Ieri, la mia prima giornata senza fb è andata tutto sommato abbastanza bene.
Ho avuto un po' più di tempo libero del solito.
Dopocena mi sono dedicato a capire meglio come funziona Instagram (sempre proprietà di Zuckerberg), poi ho messo via il telefonino e mi sono messo a disegnare, suppongo, per la gioia dei miei clienti-tattoo che aspettavano i loro lavori da un po'.


P.S. Paradossalmente (ma a pensarci bene nemmeno troppo) mi trovo con un paradosso da risolvere, ovvero: questi post conviene o meno metterli su facebook?
Cioé, se li pubblico sulla mia bacheca so che avranno una certa visibilità, se invece non li pubblicizzo restano desolatamente poco letti con rari accessi al blog.
Ho deciso di non pubblicizzarli, quindi questo è l'ultimo che trovate in bella vista.
I prossimi, se e quando li scriverò, dovrete fare la fatica di venirveli a cercare.



Fine Ep. #02.

Segue.