mercoledì 23 aprile 2014

Vaseline™


Questo è un barattolo di vaselina.
Personalmente la uso per ammorbidire la pelle dei miei clienti e far scorrere meglio l'ago della macchinetta per tatuaggi.
Ma si può utilizzare anche per diversi altri scopi.

L'altra sera (non starò a giustificare il perché, comunque non ero a casa mia) la televisione era sintonizzata su Canale 5 in quell'orario che va da Striscia la Notizia al programma di prima serata.
Eravamo tutti a tavola e nessuno ha avuto voglia di alzarsi a prendere il telecomando, per cui ho ascoltato - il mio disgusto per Mediaset mi impedisce anche solo di guardare verso il televisore - un quarto d'ora di Striscia. Prima che iniziasse il programmone prime time che, nell'occasione era Grande Fratello 13.
Dopo qualche minuto mia nipote non ce l'ha fatta, si è alzata e ha cambiato finalmente canale.

Magari mi ripeto, ma non dovete pensare che io sia un tipo snob.
A me piace Miley Cyrus, mi piace la Nutella, mi piace scoreggiare all'aperto e se avessi una moto da cross, mi piacerebbe andare in ufficio partendo da Cernusco sul Naviglio e facendomi la Strada Padana Superiore in impennata su una ruota sola.
Peee, peee, peeeeee, peeeeeeeee...

Ma l'ascolto forzato di quegli interminabili minuti di qualcosa, mi ha sconvolto.

Non c'era niente di nuovo, era la solita messa.
Tipo il servizio su qualcuno che esercitava abusivamente una professione, con la faccia coperta dai pixel.
La fuga dello stesso e/o il suo tentativo infantile e del tutto inutile di negare una realtà evidente agli occhi del mondo.
La coppia di (presuuunti) comici che commentava da studio: stanchi, demotivati, incapaci di divertire loro stessi ancor prima degli altri. Lasciamo perdere.
Le risate finte delle sit com anni Ottanta.
Ma che cazzo è?
Ma come fate? Ma come fate a non alzarvi dal tavolo e vomitare senza nemmeno avere il tempo di arrivare al cesso?
Io, sia chiaro, loro li capisco.
Loro devono pagarsi il mutuo.
Loro, lì in mezzo, ci sono anche dei grandissimi professionisti, che li conosco di persona.
Loro in fondo non fanno altro che fare il loro mestiere, nel peggiore dei modi si intende.
Replicare da vent'anni una formula che vent'anni fa - tra l'altro - non era niente male.
Minima spesa / massima resa, e via con la prossima scenetta.
Sciatteria, roba fatta col culo, così per fare. Per prendere i soldi al ventisette.
Non c'è tempo voglia e soldi (forse) per provare a fare qualcosa di meglio o di diverso.

Non fanno altro che mettervela nel culo, dovessi usare un linguaggio tecnico.
E voi, lì. In silenzio. Prego, la si accomodi. Anzi, un po' di vaselina?

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Sono stato di persona alla mia banca perché settimana scorsa sono riuscito a sbagliare il mio PIN così tante volte che alla fine me l'hanno - giustamente - bloccato.
Mentre la gentilissima addetta allo sportello mi faceva firmare una ventina di fogli scritti in corpo 4 e comunque con un linguaggio non comprensibile alla media dei laureati italiani pensavo: 'Come te la ridi a mettermela nel culo. Ma perché?'
Naturalmente, nell'era di Internette dove con un click puoi comprare una villa di tre piani in Australia, o assoldare un killer in un Paese dell'Est, il bancomat devi rifarlo. Nessuno può sbloccartelo, scherzi? Ti devono tagliare davanti agli occhi con le forbici la tua vecchia tessera ed emmetterne una nuova.
Sarà mica per i trenta euro?

Poi, sempre perché siamo nell'era di Internette, ho chiesto se era possibile controllare alcune cose del mio conto. Oh! Mamma mia, proprio desso? Non si può. Si è bloccato il sistema.
Ha usato proprio queste parole: 'Si è bloccato il sistema.'
E secondo me aveva ragione, in perfetta buona fede.
S'è bloccato. Ma non era il Sitema Operativo o il software, è prorpio il Sistema Italia che sembra essersi bloccato, in un'unica posizione tra l'altro. Quella in cui sei di schiena e ti servirebbe il barattolo della foto.

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Infine, ma proprio verso la fine di questo lungo ponte, ho ripensato a quante volte nel mio lavoro di pubblicitario mi sono ritrovato a lottare contro i mulini a vento.
Una volta era il cliente, una volta era il capo, una volta ero io.
Eh sì: pure io qualche volta mi sono ritrovato a fare il compitino facile facile, er minimo daa vita, giusto per arrivare al ventisette. Come quelli di Striscia, come quelli della banca.
Per evitare discussioni, incomprensioni, vendette incrociate o molto più semplicemente: rotture di cazzo.

Ogni volta che ci ritroviamo a fare il compitino stiamo commettendo un delitto di sodomia.


Magari cominciamo con chi ci sta di fronte, ma in un modo o nell'altro, prima o poi, piano piano, ci torna nel culo.






giovedì 17 aprile 2014

Ci vogliono dieci anni.

Devo averlo letto da qualche parte qualche volta, ne sono sicuro.
Per imparare a fare qualcosa ci vogliono dieci anni.
Diciamo così, per imparare a fare bene qualcosa ci vogliono dieci anni.
Please, pensateci.
Praticate uno sport? Suonate uno strumento? Qualcosa del genere?
Beh, se la risposta è fatevi due conti: ci avrete messo circa dieci anni ad imparare bene.
Dopo quella decade magari avrete ulteriormente migliorato le performance, limato, trovato uno stile vostro ma il tempo necessario è quello. Non si scappa.

Non posso pensare a una persona che nel 2014 non faccia (o non abbia mai fatto) una di queste cose: sport, musica... o qualsiasi altra attività/hobby che possa averla impegnata a fondo, fino a farla quasi impazzire.
Questo perché solo provando sulla propria pelle le difficoltà si possono poi apprezzare meglio gli sforzi degli altri. Solo allora si può capire. Prima, spiacente per voi, no.
Prima non avete capito un cazzo.
Vagate nel buio.

Dai Carlo, facci qualcuno dei soliti esempi tuoi accazzo.

Ok.
La conoscenza a volte è (quasi) tutto.
Da quando nel 1984 ho comprato le prime bacchette, e qualche tempo dopo ho messo piede dentro una sala prove, ho imparato un sacco di cose.
La numero uno: che abbiamo due braccia e due gambe ma è difficilissimo fargli fare cose differenti. Ti siedi alla batteria e ti sembra di avere una specie di tubo di metallo che ti passa da gomito a gomito, da coscia a coscia e che ti fa muovere come un robottino di latta. TUMPF!
E' l'unico suono che esce dalle salette per i primi tempi.
Poi (con gli anni, un paio d'ore a settimana, ma sarebbe meglio almeno quattro) si riesce a produrre qualcosa di ascoltabile.
Ci metti fatica, soldi e tempo e poi cerchi di capire cosa hai tirato fuori da quella specie di impegno che ti ha preso per tanti anni.
Quando ho definitivamente appeso le bacchette al chiodo nel 2009, ne erano passati più di venti.
Avevo imparato a suonare la batteria? No.
Nonostante le centinaia di concerti a spasso per i locali della Lombardia, non avevo imparato quasi niente.
Avevo anche tolto tutti i pezzi non necessari dalla mia Tama, restando concentrato sulle basi cassa-rullante-charleston e un paio di piatti, ma non è servito a molto.
A oggi, dovessi darmi un voto, mi darei sì e no una sufficienza presa per i capelli.
Perché tanta durezza?
Semplice: non ho mai finito un concerto senza commettere almeno un errore.
Non sto parlando di stecche percepite dal pubblico o di perdere una bacchetta durante un ritornello (fatto, comunque) mi riferisco semplicemente a eseguire le cose come si deve.
Poter suonare un pezzo ad occhi chiusi, o quando tutto fila liscio come l'olio.
No, non c'è mai stata una serata in cui sia andato tutto liscio, c'è sempre stata da parte mia almeno una sbavatura, una disattenzione, un colpo suonato male.
Se in venti anni consecutivi non sei riuscito a chiudere un concerto senza nemmeno un errore, non puoi darti un bel voto. Nemmeno a volerti bene.

Questo divide (a mio parere) i professionisti dai professionisti della minchia.

Fine dell'esempio strampalato.

Ora lo so: non è che uno per dare un parere su un film deve aver fatto per forza l'accademia del cinema, però aiuterebbe. Ok, ho esagerato.
Avete mai visto gli atleti alle olimpiadi sugli anelli? Quante volte avete pensato: 'Questo è bravino... questo così-così...'
Bene. Avete mai provato a salire sugli anelli e vedere per caso se la vostra posizione cambiava da: salame appeso a salame appeso spostato di un millimetro, nonostante tutta la forza possibile immaginabile? Io sì. L'ho fatto. Vi assicuro, si resta appesi e basta.
Potremmo stare qui tutta la notte con gli esempi: una partita di calcio, una cena perfetta, l'accoglienza di un ospite, il parcheggio di una macchina.
Ma anche la guida di un aereo, un'operazione a cuore aperto, il lancio di una start-up o le misure necessarie a salvare il proprio Paese dalla bancarotta.

La dura realtà è che oggi in molti (troppi) si sono convinti di essere esperti in qualcosa, quando la dura realtà è che il più delle volte non sanno nemmeno stare al mondo.

Le colpe? I responsabili?

Arrivano da lontano. Dall'america, dalla televisione, e, poteva mancare? Ultimamente dall'internette.
Quelli della mia generazione sono cresciuti guardando Happy Days e sentendosi maledettamente a disagio alla mattina, quando a casa non c'era tutta la famiglia a fare colazione con uova, bacon e pancake. Non vi dico quando guardavo I Jefferson.
Soprattutto è stato mortale - amio avviso - il voler far credere a tutti e a tutti i costi di essere persone speciali. Non è affatto così.
Un conto è il core de mamma che ti fa vedere tuo figlio come il più bello, bravo e giusto del mondo
(pensate che funziona anche coi gatti: vedi la mia)... E un conto è sbattere il muso contro una realtà molto meno fiabesca.
Da bambino ero circondato da: puzzoni di piscia, ritardati mentali, maleducati col moccio al naso, maneschi di natura varia e ordinarie persone con qualcosa di sbagliato nel loro corredo genetico.
Da adolescente uguale: gente con le cipolle soffritte al posto delle ascelle, frignoni, piccole troie, ras del quartiere e figli di papà.
Da adulto: uomini e donne affetti da fortissimi disturbi ossessivi compulsivi, maniaci sessuali, bugiardi, potenziali serial killer, incapaci cronici in genere, incontentabili, arrivisti, squali, leccaculo, responsabili inetti al comando, succhiatrici di cazzi per vocazione (ma guai a dirglielo), omosessuali incapaci di guardarsi allo specchio, persone convinte di essere chissà cosa che nel momento in cui c'è stato da tirare fuori veramente i coglioni sono sparite nel nulla. Puf!

Ed io, l'Eletto, essere perfetto, ho volato per quarant'anni sopra tutta questa miseria?
Evidentemente no.

C'è (mi sa proprio) un po' di me in ognuno di quei ritratti. E forse un po' di te.

Ci vogliono dieci anni ad imparare a fare qualcosa, dicevamo.
Impariamo ad accettarci per quello che siamo senza rompere i troppo i coglioni agli altri, senza sentirci sempre due spanne sopra, che proprio non è il caso.

Io ho appena iniziato.










giovedì 10 aprile 2014

Io sto con easyJet, voi fate quello che volete.

La storia è di questi giorni, il regista Francesco Ranieri Martinotti è stato lasciato a terra da easyJet.
Ha deciso di farlo sapere a tutta Italia, pubblicando la sua lamentela sul Messaggero.

Ad ogni modo tutta la storia, se volete è qui: articolo completo.

Io, che sono ignorante come una capra e non sapevo chi fosse, mi sono letto l'articolo/lamentela/denunzia con la convinzione che avrei preso le sue difese. Sue del regista.
Terminata la lettura, chiaramente, mi sono messo dalla parte di easyJet.
Vi racconto il perché.
Non mi chiamerei Carlo se non vi scassassi la minchia a dovere partendo dall'inizio: ma è l'unico modo per avere una visione ampia della faccenda.
Chi di voi ha più di vent'anni?
Chi di voi si ricorda quanto costava viaggiare in aereo fino a (relativamente) poco tempo fa?

Volare costa, forse non avete ben chiaro quanto.
Avete mai preso un taxi Milano-Cernusco sul Naviglio alla sera tardi da Via Valtellina (dove lavoro) a Via Pietro da Cernusco (dove vivo)?
No, ve lo racconto io.
Per andare dall'agenzia a Cernusco ci vogliono circa 35 (trentacinque) euro.
Tanto? Poco? Non sta a me dirlo.

So, però, che quando ogni anno vado a Parigi con easyJet spendo gli stessi soldi.

Milano-Cernusco su una Fiat Multipla bianca o Milano-Parigi su un Airbus A320 arancione li pago uguali.
Magia del modernismo? Risparmio sulla manutenzione degli aeromobili? Turni da schiavi per i piloti e per le hostess?
Non lo so, fa solo un certo effetto andare sotto la Tour Eiffel con gli stessi soldi necessari per portarmi da qua alla tangenziale est.

Questo non vuol dire che il personale easyJet (o chi volete voi) ci può maltrattare o farci passare da stupidi, questo no. Però siamo adulti e vaccinati.
Quando stiamo prenotando il nostro volo davanti al nostro portatile c'è una vocina che si chiama Termini e Condizioni, lo sappiamo tutti. Tutti, ma proprio tutti, di solito facciamo semplicemente così: mettiamo una X senza leggere (sono pdf di quattro pagine scritti in corpo 6) e incrociamo le dita, sperando che il cielo ce la mandi buona.
In quei termini e condizioni c'è scritto un sacco di roba. Quando tu la accetti, firmi di fatto un contratto vincolante a quello che è riportato (e nascosto) tra le righe.

La prima, ma davvero la fottutissima PRIMA COSA, che ognuno di noi dovrebbe avere bene chiara in mente è che quando acquistiamo, pagandolo, un biglietto (per una tratta ad un certo orario da un certo aeroporto) NON è assolutamente automatico che partiremo a quell'ora da quel posto.
Davvero non lo sapevate?

Informatevi, cazzo!

A partire dall'overbooking, che tutti sappiamo cos'è, ci sono almeno altre cinquecento cose che devono incastrarsi alla perfezione affinchè sia possibile mettere il culo sul nostro volo.
Personalmente, sono vent'anni che prendo l'aereo, e non c'è una volta che non veda qualche italiano che vuole imbarcarsi in cabina con un peluche a forma di coccodrillo alto due metri, con uno zaino da alpinista, con una tavola da surf o direttamente col proprio appartamento al seguito.
Se voi aveste la pazienza di informarvi davvero su quanto costa (in termini di carburante) un Kg in più di bagaglio, fareste molte meno sceneggiate.
Ho visto donne diventare aggressive come un lottatore di Bellator solo perché non potevano tenere il loro cazzo di trolley esattamente sulla cappelliera sopra la loro testa, ma qualche metro più avanti.
Siamo italiani, cazzo, siamo degli impareggiabili frignoni, raccontatori di balle, amici di qualcuno importante ed esperti in lei non sa chi sono io.
Secondo me, il buon Francesco, è finito (magari suo malgrado) in quest'ultima categoria.

Rileggendo (bene) il suo racconto, mi sono accorto che nessuno ha voluto lasciarlo a terra per puro sadismo, all'improvviso. A quanto pare, la prima richiesta che gli è stata fatta è stata semplicemente quella di mettere il bagaglio in stiva.
Ok, magari non avevi voglia di fare la fila all'arrivo al nastro trasportatore (hai ragione) magari avevi paura che l'attrezzatura si rovinasse (hai ragione) magari semplicemente ti sentivi più sicuro ad averla lì con te (hai ragione lo stesso). Avessi consegnato quel prezioso bagaglio, dopo tre minuti saresti stato seduto al tuo posto.
Detto questo, in fondo, non ti stavano chiedendo di abbracciare il veganesimo o di spogliarti nudo e prendere l'amore da un serpente sulle note di una musica mediorientale.
Ti hanno solo chiesto di mettere quella fottuta valigetta in stiva.

Hai vissuto questo come un abuso, ma si è trattato solo di uno spiacevole inconveniente. E' successo anche a me. Non ho fatto tutte queste sceneggiate e sono salito sul mio Airbus.
Probabilmente hai alzato un po' la voce (lo ammetti nel tuo racconto) e probabilmente ti sei fatto prendere un po' la mano da questa storia dei diritti del consumatore.

Noi, in quanto consumatori, non abbiamo nessun diritto serio se non quello di farci prendere per il culo da abili mani esperte. Lo so che è brutto da dire, ma è così.
Ma siamo anche italiani, quelli che il comandante ci chiede settecento volte di spegnere i cellulari durante il decollo e l'atterraggio ma c'è sempre (SEMPRE) qualcuno che smanetta di nascosto.
Siamo quelli che all'atterraggio, quando ci viene chiesto di restare seduti e non slacciare le cinture di sicurezza fino allo spegnimento dell'apposito segnale, è come se ci avessero ordinato, pistola alla tempia, l'esatto contrario: CLACK! CLACK! CLACK! CLACK! CLACK! CLACK! CLACK!
Non dite di no. Lo fate anche voi, vi vedo.
Siamo quelli che quando chiamano lo Speed Boarding si mettono (senza averne i requisiti) a creare inutile confusione sventolando un A4 stropicciato. Siamo quelli che se le bibbite so gratis ci ingolfiamo inutilmente di Coca-Cola, tè, caffè e biscottini, ma se sono a pagamento siamo capaci di restare a digiuno da Malpensa a Hong Kong.
Siamo noi, siamo fatti così e non dite di no.

Quindi, a Francè, nun ce rompe er cazzo se t'hanno lasciato a terra.
Mo sei contento che hai perso l'aereo, hai dovuto prendere un altro volo, ovviamente di un'altra compagnia spendendo un botto di soldi, farti venire il sangue amaro, chiamare il tuo amico al Messaggero e farti pubblicare l'articolo? A proposito: bella vendetta, eh? Tutti a parlare di easyJet.
Ma sei sicuro ne sia valsa la pena?

A Francè, senti ammè, la prossima volta dagli sta cazzo di valigetta e accomodati al tuo posto, che è già tanto che le altre 499 cose che dovevano funzionare sono finite esattamente al loro posto, proprio come in un bel film.


Ah! E non spendere inutili soldi per lo Speed Boarding su un volo low cost, che tanto siamo tutti uguali.
Tutti semplici comparse.
Hai visto?







martedì 8 aprile 2014

La maledizione dell'internette, i nuovi ignoranti e la fine di un amore.

PARENTAL ADVISORY:
Questo pezzo potrebbe contenere un linguaggio offensivo. Più del solito, intendo.


Dioc*.
Ci mancavano i nuovi ignoranti, come se già non bastavano quelli tradizionali.
C'è tutto un fiorire di blog che forse, nelle loro intenzioni, dovevano essere qualcosa di vagamente comico, forse. Ma chi lo sa?
Cito paro-paro quello che riporta, scritto in basso, uno dei più noti:
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(Nome del sito) è un sito satirico e dunque gli articoli contenuti in esso sono inventati.
La redazione non vuole offendere nessuno.
Se qualcuno dovesse ritenersi offeso dai contenuti di uno o più articoli è pregato di mandare un'email al seguente indirizzo (segue indirizzo).
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Queste quattro righe si trovano proprio sotto a qualsiasi pezzo contenuto in questi (a modo loro) blog travestiti da giornali on-line che, forse, una volta erano nati con l'intento di divertire qualcuno.
Voglio credere alla buona fede dei fondatori.
Ma loro, i fondatori, nonostante la buona fede non hanno tenuto conto di quanto possa essere ignorante e pigro il cosiddetto 'popolo della rete'.
A proposito: io da oggi considero 'popolo della rete' un'offesa pari a figlio di puttana, faccia da culo o sacco di merda.
Ogni stramaledetta mattina che apro la home di facebook trovo (a fiumi) qualche coglionie dei miei amici che ha abboccato e che sta ri-pubblicando la bufala della giornata.
E' snervante.
Minchia, quanto siete boccaloni?
Ma siete delle merde!
Ma guardatevi, cazzo!
Siete dei miserabili pezzenti: fareste venire a un Hare Krishna la voglia di prendervi a calci nel culo.

Quindi, riassumendo:
- leggi il titolo (minchia, il titolo!) di un articolo verosimile
- apriil link, lo 'leggi' in diagonale (si fa per dire) in quattro secondi netti
- lo condividi sulla tua bacheca o, mooolto peggio, lo metti su quella di un altro

Sono tre cose che si fanno in meno di dieci secondi, vi vedo, fottutissimi stronzi.
E ora vi spiego perché siete delle merde.
Siete delle merde perché non avete avuto voglia di leggere l'articolo fino in fondo e non avete avuto voglia di contare fino a dieci (ne bastano dieci per capire che sono bufale o articoli simil-satirici-comici) per chiedervi se era una notizia con qualche fondamento o qualcos'altro.
Chiaramente, era qualcos'altro.
E cosa è successo?
Che per la vostra pigrizia intellettuale avete inondato la Rete di cazzate.
Dovranno passare tre giorni di accesi dibattiti, parolacce, like e dislike prima che tutto finisca nel dimenticatoio di facebook. Il punto è che si è parlato del nulla perché la notizia non c'era.
E secondo me, il tempo di ognuno di noi è troppo prezioso per perderlo a parlare del nulla.
E' da stronzi! E' un fottuto spreco. Perché non lo capite? Perché?
Non posso passare mezza serata a convincere un amico che non esiste nessun bonus di 25.000 euro per chi decide di sposarsi, che non esiste nessuna assicurazione obbligatoria per girare in bicicletta, eccetera eccetera...
Eccetera, cazzo!

Si chiama 'Il Giornale del Corriere' (per citare il primo che mi è venuto in mente, ma c'è anche l'onnipresente 'Il Fallo Quotidino', più altri mille). Cristo, sono blog! Non sono veri giornali! Non c'è una redazione, è solo qualche burlone che si sta divertendo. C'è scritto alla fine di ogni articolo! Sono cose di fantasia! Ma perché continuate a condividerli pensando che siano veri?
Che cazzo avete nella testa? Lammerda! Oh? Siete pure laureati, fatelo per rispetto dei vostri genitori che vi hanno fatto studiare. Smettetela di comportarvi come degli idioti.

Allora, amici cari.
Credavate che l'internette sarebbe stata finalmente l'informazione libera, la madre di tutte le verità?
Bene. Almeno però cercate bene. Se proprio non siete capaci, affidatevi al giornalaio.
Investite un euro e cinquanta e compratevi un cazzo di giornale. Sbagliano anche loro, ma non c'è paragone. Non dico tutti i giorni, ma almeno al sabato e alla domenica, informatevi, Cristo! Ma fatelo seriamente. Approfondite Dioc*!

Siete dei coglionissimi nuovi ignoranti e il mondo non aveva bisogno di voi.
Fate un regalo al resto dell'umanità: infilate la testa nel cesso di casa vostra e tirate ripetutamente lo sciacquone fino a quando raggiungerete il Creatore.

Fine prima parte del pezzo di oggi (la maledizione dell'internette).

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Inizio della seconda parte: (la fine di un amore).

Ieri sera ho chiuso una volta per tutte la mia storia d'amore con Grillo.
Non sono bravo a fare recensioni, quindi vi racconterò il mio personalissimo punto di vista sul suo ultimo spettacolo: Te la do io l'Europa.
Quando dico personalissimo, intendo che non voglio far cambiare idea a nessuno, sto solo dando un parere.
Grillo lo amo da quando ero alle elementari. Mi è sempre piaciuto il suo modo di fare il comico. Mi hanno sempre affascinato i suoi monologhi, ho seguito il suo blog fino all'altro ieri con onesta ammirazione. E' un grande.
Te la do io l'America e Te lo do io il Brasile sono ancora oggi esempi di grande professionismo.
Ho comprato un paio di dvd dei suoi meno recenti spettacoli teatrali e sono uno spasso.
Grande comicità e grandissima intelligenza.
Poi, il buio.
L'ultimo suo show è un comizio a pagamento. Niente di più, niente di meno. C'è un problema, però: nun fa ride. Nun fa ride per un cazzo.
Il mio amico mi ha detto che è colpa mia, che non dovevo andare a vederlo pensando che avrei riso.
Il mio amico mi ha detto che se volevo ridere dovevo andare a vedere Brignano.
Grillo e i suoi, adesso, hanno in mano la Verità.
Beppe, è la seconda volta che mi dice che è colpa mia.
La prima è stata dopo che l'ho votato, disse: 'Se qualcuno mi ha votato pensando che avrei fatto accordi con qualcuno, mi dispiace ma ha sbagliato a capire.'
Infatti, la colpa è mia.
Non avevo letto il suo programma, non avevo capito fino in fondo che lui (e i suoi) è l'Eletto. Lui è il Giusto. Lui è il Verbo. Che o sei con lui o sei contro di lui, cioè l'ultima delle merde.
Durante il suo show, sia chiaro, non ha detto bugie, credo. E' stato onesto.
Dice che nel resto dell'Europa stanno facendo numeri da paura i neo-fasci. I neo-nazi.
Questo è vero e mi fa paura. Dice che dovremmo ringraziarlo perché da noi, almeno, il malcontento ha preso una forma diversa, la sua. Non violenta. E su questo ha ragione.

Però il suo show (scusate se lo ripeto) è un fottuto comizio a pagamento.
Pirla io che non sono andato a vederlo, gratis, nelle piazze, quando ne ho avuto l'opportunità.
Quindi non si ride. Mai. Non mi ha strappato una risata manco con una tenaglia. Ha urlato dall'inizio alla fine fiumi di numeri sull'Europa (troppi: non gli si sta dietro), ha insultato tutti i suoi avversari politici. Lo Psico-nano, Rigor Montis, l'Ebetino e Gargamella.
In fondo, non voler riconoscere nemmeno il nome del proprio avversario è qualcosa che non si discosta troppo dall'essere un po' fascisti, nel profondo.
A un certo punto gli è scappato un Bersani.
Ha detto Bersani, e lo ha subito corretto in Gargamella. Non ce n'era bisogno.
Grillo: vaffanculo.
Puoi, se vuoi, chiamare uno col proprio nome. Non diminuisce la tua potenza di fuoco, se ne hai.
Appunto però, se ne hai.
E l'altra sera (personalissimo parere) non ne avevi.
Ho visto un uomo stanco vomitare milioni di miliardi di numeri, numeri, numeri... Ma non ci ho capito un cazzo. Ancora una volta sarà colpa mia, immagino, però l'esperto in comunicazione dovresti essere tu.

Ha chiamato un ospite, un imprenditore che stampa con le stampanti 3D pezzi di motore di aerei, così ho capito. Per tre, quattro (interminabili) volte è partito un pezzo sul wall dietro Grillo sul quale avrebbe dovuto parlare l'imprenditore.
Bene: ogni fottuta volta Beppe non è riuscito a chiudere il suo pensiero senza sforare di dieci minuti, ammutolendo il povero e incolpevole ospite. Facendogli fare la parte della bella statuina.
Alla prima ha chiesto scusa, a dire il vero.
Alla seconda ci ha riprovato. Ha nuovamente chiesto scusa.
Poi ancora una terza, ma niente.
L'ospite non ha avuto modo nemmeno di presentarsi.
Non sono bastate due ore e passa per dare la parola a una persona che, in fondo, avevi invitato tu per fargli dire qualcosa. Grillo? Embè? E' così che ci si comporta con gli ospiti?

C'è stato anche un brutto balletto fra te e uno dei tuoi ragazzi meravigliosi alla consolle.
Sei un professionista, guadagni bene, davvero non puoi pagarti un altro professionista al mixer?
I contributi video partivano un po' a cazzo col visore in play. Roba da dilettanti allo sbaraglio.
Mi sembrava un po' quando sei a casa con gli amici e dici: 'Oh, adesso vi faccio vedere sta cosa su YouTube...' e poi non la trovi e smadonni.
Grillo, te lo sei dimenticato? Sei un professionista.
Quante altre volte dovrò vedere alle tue spalle il desktop disordinato del pc del tuo ragazzo meraviglioso?

Merda. Mi è venuto un atroce dubbio, che mi ha segato le gambe. All'improvviso.

Tu sei troppo intelligente per non capire che ti ci vorrebbe accanto un professionista.
Forse, questo è il mio dubbio, non vuoi dividere il tuo palco con un tuo pari.
E il palco di cui parlo, non è quello del palasport.
E' quello della vita.
Uno vale uno, democrazia dal basso e compagnia bella, rischiano di diventare esattamente quelle parole vuote delle quale tanto ti lamentavi, di cui hai sempre accusato gli altri.
Non c'è democrazia se parli solo tu, se non accetti un dialogo, mai, con nessuno.
Perché tu sei il Giusto, il pulito, e gli altri delle merde.
Almeno i tuoi ospiti però, la prossima volta, falli parlare.

La tua personale visione di un futuro meraviglioso passa attraverso il prototipo di una forchetta che vibra se mangi troppo velocemente. (???)
Hai fatto vedere il filmato di questa forchetta con un microchip all'interno del suo manico, che vibra se mangi troppo in fretta. Questa è la tua idea di progresso?

Sai che non ho capito se eri serio o se era una battuta?
Ancora una volta, immagino, colpa mia. Come sempre.

Nel frattempo, pregando per poter arrivare al livello tuo (e dei tuoi) di Coerenza e Onestà misto a Santità, ti saluto alla tua maniera.


A Beppe? Mavvaaafanculo.















giovedì 3 aprile 2014

Come mai hai scelto di...?


E' un anno e mezzo che sono vegetariano.
Dal momento che quando mi viene chiesto il perché di questa scelta di solito non rispondo, sviando il discorso su altro o cavandomela con due frasi fatte, oggi vi spiego il vero motivo.

Dirò subito una cosa per togliere di mezzo le facili incomprensioni del caso: per me ognuno è libero di mangiare quello che vuole. Se siete qua accanto e state prendendo a morsi un agnello ancora vivo, sappiate che per me non c'è nessun problema. Anzi, vi passo la salsa tonnata. A me la carne piace, e pure tanto.
Anche adesso che non la mangio, mi piace ancora, anzi più di prima.
Mi viene l'acquolina in bocca guardando i francesini al prosciutto crudo e vi assicuro che quando mangio un panino mozzarella e pomodoro, non credo affatto che sia migliore di uno con la porchetta. Vuoi mettere?
Quindi, ripeto per l'ultima volta, non vi giudico male. Anzi, non vi giudico affatto.
Dirò di più: vi invidio tantissimo.

Ora passiamo finalmente alla mia personale avventura nel dorato mondo dei mangiacarote.

Niente da dire sul fatto che si ammazzi un animale per nutrirsene, è uno standard del tutto naturale.
Non credo che siamo fatti per nutrirci di barbabietole, di bacche e di noci.
Non credo che la carne faccia più bene o più male di altri alimenti.
Semplicemente, un giorno, non sono più riuscuto a voltarmi dall'altra parte pensando agli allevamenti intensivi. Così dall'indomani ho lasciato perdere.

PARENTAL ADVISORY: da qua in poi si scende un po' in profondità, quindi chi non se la sente può fermarsi.
Il problema, il mio problema, non è nella morte degli animali, ma nella vita che fanno prima, se si può chiamare tale. Infatti non si può. Semplice: non si può chiamare vita.
Cos'è vivere?
Respirare/mangiare/cacare? Quelli sono bisogni primari, non è vivere.
Non è mia intenzione impressionarvi, quindi non userò termini spaventosi, non copierò/incollerò immagini scomode e nemmeno mi affiderò al ridicolo attivismo veg che c'è in Rete.
Ma se volete sapere i veri motivi della mia scelta, beh sono qui, nel capitolo che segue.

PARENTAL ADVISORY II: proseguite a vostro rischio e pericolo.
Un giorno, probabilmente mentre cercavo roba porno, sono finito del tutto casualmente sul sito di un venditore di gabbie per conigli. Non state lì a scervellarvi per sapere cosa stavo cercando di hard core.
Accontentatevi di quello che ho trovato.
L'azienda in questione vende legittimamente gabbie per conigli. Quelli che poi noi mangiamo.
Legittimamente l'ho messo in corsivo, ma non è ironico, serve solo a sottolineare il totale rispetto delle norme vigenti. Non c'è niente di illegale in tutto quello che vi dirò.
Quindi, siccome nel business il tempo è danaro, ma anche lo spazio lo è, ho guardato le caratteristiche tecniche delle gabbiette. Queste sono alte il necessario per contenere i conigli, non un centimetro in più, perché costa. E' naturale.
Quel necessario, vuol dire che il coniglio non c'è bisogno che si alzi in piedi. Per intenderci, se decidesse di drizzare le orecchie, queste 'uscirebbero' dalle grate della gabbia. Ci siamo capiti? Sì.
Siccome (e sono serio) l'azienda che vende quelle gabbie è un'azienda di professionisti, hanno trovato anche il modo di fare in modo che i conigli vivano in un ambiente sano e pulito.
Siccome cacano e pisciano in continuazione (ed è legittimo) il pavimento di queste gabbie non è del tutto piano, ma ha una specie di piano inclinato in modo che i materiali di rifiuto dell'animale non stazionino nella gabbia, ma vengono espulsi quasi automaticamente, facilitando la manutenzione ordinaria e tenendo i coniglietti puliti.
Riassumando, il coniglio vive con qualche centimetro a disposizione (il necessario per girarsi, più o meno) e basta. Il pavimento su cui vive è pure un po' inclinato.
Minchia, ho pensato!
Mai 'na passeggiata, mai un giretto con gli amici, mai una corsetta sull'erba.
Tutto il giorno solo mangiare e a cacare, fondamentalmente immobile.
Il produttore di gabbie, le faceva anche per le galline.
Io però, che vi voglio bene, non ve lo racconto come vivono le galline prima di finire nel piatto.
Quello che sicuramente possiamo affermare, con assoluta certezza, è che quando arriva il giorno in cui vengono ammazzati, credo sia il momento più bello della loro vita. Finalmente smettono di soffrire.

PARENTAL ADVISORY III: siete ancora qui?
Beh, uno dice, vabbè socconigli eggalline, sono esserini.
Sono piccolini.
Però le mucche, i maiali, quelli no, Carlo. Ho visto la réclame in televisione, quelli pascolano all'aria aperta sotto il sole del Bel Paese.
Eh no, amici cari, no.
Quello era cinquant'anni fa.
Il secolo scorso era così. Oggi no.
Se ognuno di noi potesse passare solo un'ora della propria vita in un allevamento intensivo (oh? Sveglia, non ho detto in fattoria, ho detto in un allevamento intensivo) probabilmente non toccherebbe mai più una braciola nemmeno per tutto l'oro del mondo.
Per cui voi, esattamente come ho fatto io per i miei primi quarant'anni, non dovete fare altro che continuare a pensare che le mucche pascolino all'aria aperta. Non dovete sentirvi in colpa. Dovete solo non pensarci e andrà tutto bene. Nessuno verrà mai a dirvi il contrario.
Nemmeno io. Non è compito mio.

PARENTAL ADVISORY IV: embé?
Quindi quella sera stessa dovevo prendere una decisione.
E i poveri pesciolini? I gamberetti, le cozze, le vongole? Che vita fanno? Ma soprattutto, e sottolineo il soprattutto: quelle cazzo di galline che vivono la loro intera vita pressate (è l'unico termine che mi viene in mente: pressate) in gabbie come sardine sott'olio, quelle uova là, che fai? Le mangi? Le rifiuti? E la pelle delle tue Dr. Martens? Da dove arriva?
Eh no, amici, non ci sto.
Il problema delle Dr. Martens non è la pelle di cui sono fatte: il problema sta nelle fabbriche di Taiwan, dove (ne sono certo) delle persone lavorano alle mie scarpe in standard di poco superiori a quelli delle galline. Ma qua andiamo fuori tema. Torniamo al cibo.
Dov'eravamo rimasti?

E' un simbolo raga, è un'azione simbolica.
Ho pensato a quel coniglio (quello della gabbia) e ho pensato a cosa potessi fare - in concreto - per salvarlo. La risposta è: niente.
Non posso fare niente per lui, niente per i polli, per le pecore, i pesci rossi, i condor o i fenicotteri. Non c'è niente da poter fare concretamente. E' il mondo bellezza, e tu non puoi farci proprio niente.
Restano i simboli. E simbolicamente ho deciso di non mangiare più la carne dei suoi fratelli.

Come dicevo prima, a voler essere coerenti a tutti i costi si fa la fine dei Cinquestelle.
Cioè si diventa dei ridicoli fascistelli intransigenti al resto del mondo.
Quindi bisogna saper accettare alcune contraddizioni dei tempi moderni.

Io l'ho fatto continuando per esempio a mangiare cozze, gamberetti e pesciolini piccoli.

Dice: che ti hanno fatto di male?
Niente poveretti, ma la differenza tra un pescespada e una sardina è abbastanza evidente a chi vuole vederla. Non sta tanto nelle dimensioni (graziarcazzo) ma, per citare la prima cosa che mi viene in mente, nella loro diffusione sul Pianeta Terra. Anche se sono simboli, di qualcosa si può tenere conto. Non di tutto, ma di qualcosa sì.
Non mi piace la vita dei vegani (quelli che non mangiano carne, pesce, uova, latte, formaggi e tutto ciò che è di derivazione animale). Non era nemmeno quello che cercavo. Non volevo essere migliore degli altri.

Quindi, ogni giorno che passo dal mercato e sento profumo di pollo allo spiedo, vorrei mangiarlo.
Quando vi vedo azzannare un hamburger da mezzo chilo, vorrei farlo pure io.
Quando guardo Il Mago del Barbecue su Gambero Rosso, mi viene la bava alla bocca.

Vorrei, ma ho scelto di non farlo.
E' un simbolo, una promessa fatta al coniglietto in gabbia.


Niente di più, niente di meno.













lunedì 31 marzo 2014

Il dolce sta in fondo, ma non per tutti.


PARENTAL ADVISORY:
Forse è meglio che oggi lasciate perdere Cernusco Ink.
Poi non dite che non vi ho avvisato.
FINE PARENTAL ADVISORY.

Non lo so cosa non abbia funzionato.
So solo che a un certo punto dell'evoluzione della specie, soprattutto qua in Italia, si è venuto a creare uno strano e brutto rapporto tra i ristoratori e i clienti.
Io però non voglio stare nel mezzo, ma soprattutto non voglio essere l'unico a pagarne le conseguenze. Pagarne non soltanto in senso lato. Vorrei che ognuno si prendesse la propria parte.

A quanto pare, persone che nella vita di tutti i giorni sono capacissime di fare un pasto completo: antipasto/primo/secondo/contorno/frutta&dolce/caffè, non so perché, ma davvero non capisco il perché, quando arriva il momento di mettere le gambe sotto al tavolo di un ristorante, improvvisamente, diventano timidi.
Si fanno piccoli piccoli (o piccole piccole) e decidono che prenderanno solo un primo - e poi forse il dolce - o solo un secondo - magari con un antipasto - o, peggio, ma molto molto molto, molto, molto, molto e molto ancora peggio, verranno a scassare il cazzo a me. Porcodìo.
Eh, sì.
I ristoratori evidentemente sentono la crisi, per cui riducono le porzioni nella speranza che tu abbia fame e ti prenda (giustamente, a mio parere) anche il secondo.
I clienti, evidentemente spaventati dalla crisi, decidono che usciranno di casa ma prenderanno un solo piatto e poi si rivolgeranno al vicino di tavolo.

No, davvero. Non ci siamo. E' un cane che si morde la coda.

Più vi ostinerete a non consumare, più i gestori continueranno ad aumentare i prezzi (e a ridurre le porzioni) per poter tenere aperto il locale.
In attesa di firmare un armistizio, per favore, non rompete i coglioni a me.
Non sto parlando ai gestori, sto parlando ai miei commensali. Ai miei amici e alle mie amiche di merende.

Non-mettetemi-in-mezzo-alle-vostre-inutili-sfide.

Andare al ristorante non è un obbligo. E' un surplus. Se non potete permettervelo, evitate.
Se invece decidete di mettere il culo fuori da casa, fatelo fino in fondo, perché non c'è cosa peggiore di una cosa fatta, male, a metà. Soprattutto se accanto ci sono io.

L'Antipasto - 'Prendiamo un paio di piatti misti e li assaggiamo tutti un po'?'
No. No, no, no, no, no, no. No, prenditi il tuo fottuto antipasto del cazzo e non mi rompere i coglioni. Non puoi ordinare DUE porzioni di antipasti se siamo in DICIOTTO. Quando arriveranno, il tempo che faranno il giro del tavolo, a me resterà la foglia dell'insalata. Non ho voglia di pagare l'antipasto se mangerò solo la rucola. Vorrei (magari, se non ti dispiace) pagarlo e mangiarlo intero in santa pace.
Soprattutto: chiudi quella fottuta bocca, fatti i cazzi tuoi.
Hai fame? Ordina il tuo antipasto.
Non hai fame? Non obbligare gli altri a fare strani salti mortali col cibo.
Oppure, per favore, legati un grosso sasso al collo (la corda la trovi da Leroy Marlin) e buttati in fondo a un freddo lago.

Il Dolce - 'Qualcuno prende il dolce?'
Sembra che il cameriere abbia chiesto: 'Qualcuno ha la scabbia?'
Ho visto donne nascondersi sotto il tavolo, altre tentare il suicidio e altre ancora cadere in depressione, solo per essersi sentite rivolgere la domanda.
Chi è a dieta, chi è troppo pieno (sono troooppo pieno), chi è allergico alla cioccolata e chi proprio non ci pensa. Nessuno prenderà il dolce? Nessuno prenderà il dolce.
Bene, benissimo.
Ordino il mio tiramisù.
Magicamente, risveglia l'interesse di tutti.
Improvvisamente a tutti quanti gli si riapre quel buchetto nello stomaco (con tutti i buchetti a disposizione) e cominciano a guardare il mio tiramisù.
'Qualcuno ne vuole un po'?'
'Ne prendo solo un assaggino...'
Secondo voi, esseri viventi senza spina dorsale, in quante parti si può dividere una porzione di dolce prima che finisca?
Quanto pensate che me ne resti quando mi torna sotto il naso?
E perché devo spendere sette euro per un assaggio di dolce, il mio?
Se avessi voluto solo le briciole avrei chiesto a Dio di trasformarmi in un uccellino.

Siete solo delle fottute merde, avanzi della società, pidocchi, egoisti, avari opportunisti figli di puttana.

Mettete mano a quella merda di portafogli.
Mi sono rotto il cazzo di condividere la mia crema catalana con chi ha una casa di proprietà a Milano, una al mare, una in montagna e non ha voglia di pagarsi il suo dolce.
Mi sono rotto il cazzo di condividere le olive ascolane con chi dichiara ventimila euro l'anno e va all'appuntamento dal commercialista col BMW intestato alla ditta... e poi non ha il fegato di pagarsi l'antipasto.

Porcoilvostrodìo!
Abbiate coraggio.
Non succede niente, non abbiate paura.
Ordinate il vostro cibo, prendetevi i vostri rischi.
Avanzate una fetta di crudo.
Lasciate una forchettata di torta di mele.
Prendete la vita per le corna, fate le vostre scelte, ma soprattutto leggete qua sotto:
se proprio non ce la fate... Fate almeno in modo che le vostre non-scelte non ricadano sugli altri.

Sapete quante volte ho avanzato un dolce che non mi ci stava tutto?
Sapete quante volte ho ordinato un piatto e poi me ne sono pentito?
Sapete quante volte ho ordinato una birra in più che poi non sono riuscito a finire?
Sapete quante volte? Mille!

E quelle sono le uniche volte in cui cresci, in cui impari qualcosa di questo fottuto mondo del cazzo che va al contrario.
Smettetela di rinunciare al dolce, soprattutto se poi dovete assaggiare il mio.


A questo, e a molto altro, vi consiglio di pensare, la prossima volta che siete a mangiare con me accanto.


Buon appetito.










mercoledì 26 marzo 2014

Perché Blade Runner è il più bel film di sempre




Parental Advisory:
Non sono un appassionato di cinema, non sono un esperto di cinema, non sono uno dei tanti pirla (e ce ne sono a milioni) che scrivono di cinema sentendosi dei gran fichi e che probabilmente non sarebbero in grado di montare nemmeno un filmino delle vacanze come si deve.
Fine Parental Advisory, quindi tenete bene in mente queste prime righe.
Non sono qui a dare lezioni ma solo a dare il mio tributo d'amore a Mr. Ridley Scott & Soci.
Oggi parliamo di: filosofia.

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C'è una scena in particolare che vorrei raccontarvi.
E' quello che mi capita ogni volta che vado al cinema negli ultimi tre/quattro anni.
E' il momento in cui le luci si abbassano e cominciano venti/trenta minuti di trailer.
Non è poco, venicinque minuti (ho fatto la media) di fastidiosa pubblicità di altri film, quando hai pagato per vederne un altro che pare non cominciare mai.
Soprattutto lo schema è identico per qualsiasi film. Pilot che funziona non si cambia.
Mooolto nero, dissolvenze man mano sempre più veloci, due frasi ad effetto, ancora nero, ancora dissolvenze, infine uno SBRAAAAAAANG!!! che ti fa saltare sulla poltrona e la data dell'uscita che - a volte - può essere anche molto in là col tempo.
Bene.
Merda.
Che palle! Lo stesso storyboard, pare fatto con la carta carbone, per qualsiasi film: anche per i cartoni Disney. Quanta tristezza. Ah! E non dimentichiamoci che è sempre il thriller dell'anno, la commedia dell'anno, la più toccante storia d'amore dell'anno, la miglior interpretazione di sempre. Sempre.
Questa sarebbe la fantasia dei creativi del mondo del 2014?
L'ennesimo Uomo Ragno (giurosudìo, ho perso il conto per quanti ne hanno fatti), l'ultimo Iron Man, Paranormal Activity 5?
Questo ci propone la fabbrica dei sogni?
Questa, amici cari, è la fabbrica dei soldi facili.
A voi sta bene così?
Bravi.
Contenti?
Bene.

Lasciatemi raccontare di cosa è stato (ma soprattutto di cosa è) Blade Runner per me.
Non secondo me, ma proprio per me.

Vado un po' random.

Innanzitutto è probabilmente l'ultimo film con degli strabilianti effetti speciali, se parliamo di effetti speciali ma 'reali'. E scusate lo stupido gioco di parole.
Quindi non stiamo parlando di computer grafica, con tutto il rispetto per la computer grafica.
Fateci caso, se poteste trovarvi sul set del vostro ultimo film de fantascienza preferito oggi, probabilmente avreste davanti a voi quattro attori vestiti con una ridicola tutina nera piena di sferette di plastica bianca che recitano su un immenso fondo verde acido. Oggi, i film che andiamo a vedere sono per l'80% cartoni animati. Cioé appaiono come film, ma sono per la maggior parte computer.

Ma torniamo a Ridley Scott nel 1982.
Sceneggiatura, fotografia, scenografia, colonna sonora...
Non c'è niente in quel film che non sia superbo.
Tra l'altro è stato eccitante scoprire che molte di quelle atmosfere 'mancano' nel romanzo di P. Dick.
Chiedo perdono al Maestro se ho scritto 'mancano' con delle virgolette grandi come una casa. Non era inteso in maniera negativa. Lo dico a scanso di equivoci.
Perciò l'eterna pioggia, il buio e i neon di Mr. Scott, quell'aria che si respira è tutta merito suo.

Una bella storia non ha bisogno di colpi di scena ogni venti minuti, di infiniti spiegoni o metafore che per capirle devi guardare la cartella clinica del regista o fare due settimane di ricerche su Google.
Non c'é bisogno che sia per forza una trilogia con altri tre prequel e tre sequel.

In Blade Runner tutto scorre.
Temi come: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo si intrecciano con atmosfere misteriose e cyberpunk, qualche anno prima che qualcuno si inventasse la parola cyberpunk.
Il rapporto padre-figlio, il rapporto uomo-macchina, l'amore, la morte, Dio (se esiste) e dio (se avessi la possibilità di trovartelo davanti).
Ma Deckard, alla fine: è anche lui un replicante oppure no?
Ma soprattutto, a noi ce ne fotte qualcosa? No.
Perché la storia è comunque meravigliosa.

Ogni volta che lo rivedo (lo so, sembrano frasi fatte) ci trovo qualcosa di nuovo.
Un particolare del fondo che mi era sfuggito, un dettaglio dei costumi, degli interni, delle luci, una smorfia del replicante biondo Roy Batty.
Molto si è detto sul suo monologo finale (del tutto assente nel libro di P. Dick, tra l'altro).
Molto si è detto su tutta quanta la storia e sui personaggi di cui è composta.
Principali e secondari, quasi anche le comparse hanno una loro spiccata e luminosa personalità in questa pellicola scura e bagnata.

Una storia così bella, fantastica e profonda che se qualcuno dovesse chiedermi come un giorno mi immagino il Paradiso, beh: me lo immagino come Blade Runner.