lunedì 25 agosto 2014

Perduti e non per tutti - Ep #01 - Under the skin



L'estate sta finendo, un anno se ne va. E a me è venuta questa idea, non so quanto originale.
Recensire film che non ho capito, che non mi sono piaciuti o che - addirittura - non me la sono nemmeno sentita di andare fino in fondo, terminandone la visione prima di quando avrebbe voluto il regista.
Capita regà.
Io non sono cinefilo né cinofilo. Non sono un esperto, confondo i nomi degli attori, i titoli, le date e tutto il resto. Nel mio mobiletto rosso di metallo di Ikea, insieme ai cd dei Kraftwerk, dei Bluvertigo e degli Eagles ci sono solo tre dvd.
Piccola come cineteca, eh?
Nonostante questa mia miserabile situazione, mi piace guardare i film. Mi piace come a tutti voi. Al calare delle luci in sala non voglio altro di quello che - in fondo - volete pure voi, anche se non lo ammetterete mai.
Chiudere gli occhi e abbandonare per un paio d'ore questo fottuto mondo dimmerda fatto di mogli con quattro strati di pance, di fidanzate che non ci comprendono, di donne (in generale) che nel premestruo si trasformano in potenziali assassine seriali di mariti, a loro volta esseri inetti a tutto. Noi, che guardando Di Caprio ci sentiamo come lui, ma al massimo assomigliamo a Denny De Vito senza nemmeno averne la simpatia. O a Ghandi, ma solo per le costole a vista. Mariti, mogli, figli, amici, animali domestici, capi o sottoposti che in fondo non ci capiscono.

Quando vuoi fuggire da una realtà che non ti capisce e inciampi in due ore di film che non capisci, la tragedia è dietro l'angolo. La distanza che ti separa da un buon analista, sempre più breve.

Chiariamoci le idee: ci sono molti modi di fraintendere un film.
- c'è quello alla Mullholland Drive, che ti auguri solo torture medievali per David Linch
- c'è quello alla Memento, per cui nei giorni successivi devi trovare qualcuno che lo abbia visto, capito e apprezzato, e poi implorarlo che te lo spieghi (e rispieghi, e rispieghi, e rispieghi)
- c'è quello alla The Fight Club, che non l'hai capito - per cui non ti è nemmeno piaciuto - ma poi hai chiesto in giro e tutti ti hanno detto che era un gran bel film. Te lo hanno spiegato e rispiegato. Tu hai fatto sì con la testa, ma nell'intimo non ti è ancora chiaro un bel cazzo e, non serve dirlo, continua a farti cagare

Questi sono solo i primi tre che mi sono venuti in mente, ma presumo che esistano tanti modi per non capire un film, tanti quanto sono gli spettatori usciti dalla sala con un punto di domanda sulla testa.

Ma prima di cominciare con la mia prima, vera recensione di un film (che non ho capito, non mi è piaciuto e che non ho nemmeno finito di guardare: questo è il titolo completo della rubrica) ci tengo a specificare alcune cose.
Quando - prima - dicevo che davanti a un film cerco due ore di fuga dalla realtà, non dovete pensare a me come a un appassionato solo di happy ending o cose del genere. Non è che sia alla ricerca solo di banalità... E' solo che a volte faccio fatica a spingermi troppo in là. Inoltre non amo, anzi detesto proprio, le cose non rivelate di proposito.
Perché un conto è fare un film intimista, di cose non dette - e va benissimo - un'altra cosa è lasciare appositamente buchi giganteschi di sceneggiatura. Ho detto buchi, non errori.
Se ti ho seguito in due ore di angoscia su qualcosa che fondamentalmente non mi sta piacendo, almeno dammi la soddisfazione - in coda - di spiegarmi cosa ho guardato. No.
Alcuni no. Alcuni sono proprio cazzi tuoi, perché io sono un Artista. Sono il Regista.
Perché io so io e voi non siete un cazzo.
Allora quando la roba va così, quando per avvicinarmi a un tuo film devo preventivamente studiarmi la tua vita privata dai tempi del college, quando devo conoscere ogni singola inquadratura dei tuoi primi corti, quando devo entrare al cinema direttamente coi pantaloni calati e aspettare che tu mi infili il tuo gigantesco cetriolo nel culo senza ausilio di lubrificanti, io ti dico anche no.
Anzi: io ti dico anche vai-a-fare-in-culo.
Tu e i tuoi fottuti nani di merda e la tue scatolette azzurre.
Ora mi verrebbe voglia di andare avanti con altri seicento esempi, ma non farei altro che peggiorare la mia situazione già compromessa di persona pesante. E che non capisce il cinema dei grandi.
Sappiate che grazie a internette, oggi, quando non capisco un film (o non mi è piaciuto) vado sempre a cercarmi un po' di notizie a rigurado il giorno dopo. Mi è capitato più di una volta di cambiare idea (da cattiva a buona) o di capire finalmente cose importanti che mi erano sfuggite. Capita.

La mia rubrica quindi non vuol essere seria. Non ha pretese.
Vuol essere solo la fredda cronaca di cosa un essere umano vede e di cosa sente quando mette il naso in qualcosa per la quale - evidentemente - non era pronto.

Have a nice trip.

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Under The Skin (2013 - Fantascienza) di Johnathan Glazer, con Scarlett Johansson.
Credo che non serva spiegarvi il perché ho deciso di guardarlo.

Queste giornate di fine agosto in agenzia sono quella che potremmo definire 'la quiete prima della tempesta'. Ho più tempo libero del solito.
Per cui se comincio la pausa pranzo un po' prima e la finisco un po' dopo, mi resta lo spazio necessario per guardare un film. Meglio se con lei.
Lei che non è la mia attrice preferita, lei che è semplicemente l'incarnazione perfetta dell'idea di bellezza. Lei che, nel mio immaginario, dovrebbe essere in grado di far cambiare idea anche a froci del calibro di Cristiano Malgioglio, Alessandro Cecchi Paone, Valentino Garavani o Enzo di Real Time.
Lei, che se un giorno (si fa per parlare) dovessi vincere alla lotteria 'Una pizza e una birra con S. Johansson', morirei di infarto la mattina stessa dell'evento. Perché il mio piccolo cuore non potrebbe reggere a tanta intensità di bellezza, femminilità, mistero e scoperta.
Lei, che spero vivamente sia antipatica, viziata, maleducata, avara, che gli puzzi l'alito, che ascolti l'hip-hop e che impazzisca per le cose che scrive Fabio Volo.
Perché una così, qualche cazzo di difetto deve avercelo, per compensare l'abisso creato col resto dell'umanità ordinaria. Per non parlare di quelli come me, in eterna lotta col doppio mento e la pancetta.
Il film mi era stato passato qualche settimana fa dal solito pusher di roba scaricata. In linea di massima io sarei contro la roba scaricata (è un lungo e vecchio discorso) ma per lei faccio volentieri un'eccezione. Stava sulla scrivania del mio mac in ufficio da un po'.

Under The Skin.
Click, play.
Il film comincia con del nero.
Per quelli che percepisco come un paio di minuti (ma potrebbero essere trenta secondi) vedo solo nero e poi una piccola luce in fondo che poco alla volta si fa più grande fino a diventare una specie di stella.
Poi lo schermo diventa completamente bianco e al centro appare il primissimo piano di una pupilla.
In sottofondo (oltre a uno strano e piacevole sound design distonico) sento per la prima volta la voce di Scarlett (sto guardando il film in lingua originale sottotitolato). Non dice vere e proprie parole, ma solo spezzoni. Tipo: Mnnaaa... Coc... Tpnieee... Sur... Pneer, pnet, pnnneee. Cuc... Cub... Cut.
Ve lo posso dire in assoluta onestà, avevo il cazzo duro solo a sentire queste cose uscire dalla bocca di Scarlett che ancora non era nemmeno apparsa sullo schermo.
Stacco.
Ci troviamo in un esterno buio, molto buio. Così buio che forse il film è stato girato un po' in stile Dogma 95. Niente scenografie, niente luci supplementari, totale (o quasi) assenza di artifici.
Un motociclista, nel buio più assoluto, si carica in spalla quella che sembra la sagoma di una donna. Stacco.
Ci troviamo in uno strano spazio completamente bidimensionale, bianco, dove una Scarlett Johansson completamente nuda (in controluce) spoglia e indossa i vestiti di una - apparente - altra Scarlett Johansson che forse è un clone, forse un cadavere, o forse solo una che gli assomiglia. Comunque gli scende una lacrima a fine scena.
Questi primi minuti di film mi ricordano (da profano) alcune scene di 2001: Odissea nello Spazio. Esattamente quelle scene che da bambino non capivo cosa c'azzeccassero col resto del film. Anche se poi crescendo l'ho capito, visto che degli unici tre dvd che ho a casa, uno è appunto il capolavoro di Kubrick.
Stacco.
Scarlett guida - in tempo reale - un furgoncino bianco nella periferia di una città che sembra essere in Inghilterra o in Scozia. Scoprirò che si tratta della Scozia solo più avanti.
Le riprese sono tipo camera a mano, quindi si sente il rumore della pioggia sul vetro, dei tergicrstalli e di lei che usa il cambio. Dopo un periodo che potrebbe stare tra i dieci e i venti minuti, sento la prima parola del film.
Si è avvicinata col furgone a un ragazzo al lato della strada per chiedergli un'informazione. Tipo: Scusa, per andare all'autostrada?
Se non al primo, ma forse al secondo o al terzo ragazzo fermato, quello che pare essere l'eletto, viene invitato a salire sul furgoncino bianco per un passaggio, visto che andranno nella stessa direzione.
I dialoghi sono davvero scarni e molto, molto veritieri, passatemi il termine.
Cioè, rispetto a certo cinema americano fatto di immagini patinate, di effetti speciali esagerati, e di personaggi disegnati con l'accetta, vedere due persone che parlano veramente del più e del meno lungo un tratto di strada che pare non finire mai fa un certo effetto.
- Sei di qui?
- No, non sono di qui sono della Repubblica Ceca, sono qui per lavoro.
- Hai una fidanzata?
- No.
- No?
- No, vivo solo.
- E' bello vivere da soli? Sì?
- Beh, abbastanza, sì.
- Cioè?
- Beh, sì. Non devi rendere conto a nessuno delle tue cose, no?
- Ah.
- Eh sì.
- Sì.
Stacco.
Lei, bellissima (ma non credo che serva che ve lo ricordi ogni venti righe) parcheggia il suo furgone davanti a una casetta e invita il Ceco, ma forse era Albanese, a seguirla all'interno.
Mentre lei gli cammina davanti, questa volta in uno spazio bidimensionale tutto nero, poco alla volta lascia cadere i suoi vestiti, fino a restare come nella foto che avete visto all'inizio del post.
A ogni passo, mentre lei resta sempre sullo stesso piano, lui un gradino alla volta affonda in una specie di piscina completamente nera.
Stacco.
Scarlett si (ri)trova sul suo furgone bianco.
Pioviggina.
Rumore di motori e tergicristalli.
Ferma qualche sconosciuto.
Dialoghi.
- Sei di qui?
- Sì.
- Vivi solo?
- Sì.
Casetta.
Lei nuda.
Piscina nera.
Stacco.
Scogliere della Scozia, lei scende dal furgone bianco, si avvicina a uno che sta facendo surf o qualcosa del genere con una muta nera.
Rumore delle grandi onde che si infrangono sulle scogliere.
Furgone.
Casetta.
Nudi.
Piscina nera.
Stacco.
Ragazze fuori da un pub, incontrano Scarlett che è appena scesa dal suo furgone bianco.
Non la conoscono, ma sono tutte 'mbriaghe, quindi la invitano e senza aspettare risposta la portano di forza in una squallida discoteca di periferia.
Ballano.
Incontra un turco o un marocchino. Lui vuole offrirle un drink.
Lei accetta.
Furgone.
Casetta.
Nudi.
Piscina nera.

Quando ho dato un'occhiata al counter in basso a destra, erano esattamente 50 minuti che in loop accadeva la stessa cosa: furgone > casetta > nudi > piscina nera.
50 minuti che, sempre a guardare il counter, erano più o meno a metà film.
D'un tratto ho pensato che se l'artista si era preso metà del tempo a disposizione per farmi fondamentalmente rivedere ossessivamente la stessa sequenza, probabilmente non si sarebbe affrettato nei restanti 50 (o meno, forse) a spiegarmi tutto quello che stava succedendo.
Ho pensato che c'era il pericolo, sì. Sarebbe stato uno di quei film in cui avredi dovuto elemosinare spiegazioni a qualcuno che ci capisce più di me il giorno dopo.

Ho fatto quello che mi sembrava meglio per tutti.
Ho schiacciato stop. Poi, per sicurezza ho spostato il film nel cestino e l'ho svuotato.

Dopo un'oretta avevo ancora quelle strane e crude immagini in testa, insieme a quella non-colonna sonora che in fondo non era poi così male. Ma poi, a ripensarci, forse anche il modo di raccontare la storia non era poi così male. Forse dovevo avere pazienza. Adesso, anche quelle immagini ripetitive che mi avevano francamente rotto la minchia, cominciavano a intrigarmi.
Forse mi sarebbe piaciuto se l'avessi guardato fino in fondo.

Google > Under the skin > recensioni

Era proprio come immaginavo.
Non è esattamente quello che si potrebbe definire un prodotto per tutti.
Anche il fatto che alla presentazione-evento del film (con cast presente in sala) a fine proiezione siano volati fischi - e una certa voglia di menare le mani - non aiuta.
Comunque ho già chiesto al mio pusher di fiducia di riportarmelo.
Potrebbe piacermi.

Finirò di vederlo e (forse) vi farò sapere.










giovedì 7 agosto 2014

Storie di amicizia, lavoro, penne e accendini ai tempi della rete.


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ATTENZIONE: questo post contiene linguaggio esplicito.
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Se qualcuno si fosse mai immaginato un post di alleggerimento prima dell'estate, può stare fresco.
Non è questo il caso.

Quelli della foto sono il mio accendino e la mia penna Bic.

Fossimo nel '68, avessi i capelli lunghi e i pantaloni a zampa d'elefante, probabilmente inizierei con parole diverse, ma siamo nel 2014.
Nel '68 non c'ero perché sono nato due anni dopo, tuttavia credo di averne respirato l'aria per tutto il decennio seguente, fino a quando per comodità di cronaca si è deciso di far cominciare la rivoluzione punk nel '77. E' aria che ho respirato da bambino, quindi senza capirci un cazzo, ma l'ho sentita.
Crescendo poi, ne ho letto e studiato un po' come tutti quelli della mia generazione.
Possiamo dire a ragion veduta che condividere le cose è bello, in sé, come atto. Come usanza.

Ma il condividere realmente le cose ha delle regole sue, semplici da applicare e ancora più facili da capire. Dal momento che sarebbe pernicioso e un po' inutile mettersi a fare una lista delle regole tipo The Fight Club, procediamo diversamente. Farò alcuni esempi e al termine di ogni esempio vedremo se si tratta di condivisione o di altro.

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Parental Advisory
Mio padre aveva molti difetti, eppure senza avermi mai dato uno schiaffo (nemmeno per finta) ha sempre trovato il modo di farsi capire. Sarà che su molte cose la pensavamo uguale.
Ad esempio mi ha insegnato (non in venti lezioni bisettimanali da quaranta minuti l'una, ma dicendomenlo una sola volta) che è necessario essere indipendenti.
Quindi, se un giorno ho una gran sete e la gola arde come il fuoco dell'Etna, se non ho da bere e il mio amico ha con sé una bottiglia fresca di Coca-Cola Zero™ da 2 litri con ghiaccio e limone, io so cosa devo fare.
Devo farmi i cazzi miei.
Perché quella coca è sua e io non ho alcun diritto di rompergli la minchia. Mi tengo la sete, perché questo mi ricorderà la prossima volta di organizzarmi per tempo. Allora sarò cresciuto e migliorato.
Vi vedo.
Eh no Carlo, ma scusa, se quello è un tuo amico e ha una bottiglia da 2 litri, potrai bene chiedergli un sorso, sennò a cosa servono gli amici?
Vedete? Non ci capiamo. Non servono a questo gli amici.
Gli amici non servono a toglierti la sete, l'amicizia è un'altra cosa, differente. Che forse un giorno ci scriverò un post, ma anche no.
Solo l'indipendenza ci fa grandi, senza quella non c'è futuro.
Partendo da questo (mio) presupposto, ma non pretendo di avere ragione, la visione che ho della condivisione è un po' speciale. Dal momento che preferirei prendere fuoco in spiaggia piuttosto che chiedervi un po' della vostra crema solare, capite che quando qualcuno di voi decide unilateralmente che alcune cose mie diventeranno anche sue, le circostanze prendono una brutta piega.
Fine Parental Advisory
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Avere qualcuno che selvaggiamente ti scrocca le sigarette per tutta la vita è un'esperienza che non auguro a nessuno. Chiariamoci, non sto parlando della faccenda di una sera. Per cui ci sta.
Parlo di persone che non entrano dal tabaccaio per partito preso. Quando - esasperato dall'ennesima elemosina di tabacco - ti saltano i nervi e gli tiri in faccia un porcodiodellatuamadonnatroia, te le vuoi comprare queste minchia di sigarette del cazzo?
Loro ti guardano con gli occhi di un orsetto lavatore a cui hanno appena ucciso la mamma, ti dicono che sei disumano a trattarli in quel modo, che non ti si può chiedere niente e ti ricordano (puntuali) che la settimana prima loro ti sono stati d'aiuto ad esempio nel ricordare il titolo di una canzone dei Jalisse. E tu stai facendo tutto quel casino per una sigaretta.
Bene, in questo caso non c'è condivisione perché gli scroccatori di sigarette a vita non te ne offriranno mai una. Per due motivi. Il primo è che non le comprano (quindi non potrebbero offrirtela) il secondo è di tipo satanico: se un giorno accetti UNA SOLA SIGARETTA dal tuo scroccatore, lui te la rinfaccerà a vita tutte le seguenti settemiliardi di volte in cui te ne chiederà una e tu non vorrai dargliela.
Quindi, amici scroccatori di sigarette a vita, non chiedetevi se il ritratto corrisponde a voi.
Non cercate gli indizi tra le righe.
Chiedetevi solo 'quand'è l'ultima volta che ho comprato le sigarette?'
Se la risposta non è 'stamattina', siete voi, sì. Siete voi.
Una sigaretta vale VENTI CENTESIMI e voi, diocane, mettete in gioco la vostra amicizia, la vostra reputazione, il buon nome della vostra famiglia per così poco?
Imparate a stare al mondo, per favore.
La storia delle sigarette la potrei replicare tranquillamente per lo scotch, il taglierino, la penna, una matita, un cd vergine, e lo strafottuto cavetto dell'iPhone. Queste cose non le trovo automaticamente nel mio cassetto, non si riproducono da sole nottetempo, ma ogni volta devo andare a rompermi il cazzo a riprenderle.
Esattamente ciò che non avete voglia di fare.
Chi è la merda tra me e voi?
Pensateci bene, ma molto bene, la prossima volta, sempre che abbiate abbastanza fegato di darvi una risposta onesta.

A esclusione di una sola persona (nome e cognome: Ottavia Rosa, io ti amo) che mi ha sempre restituito tutto, per il resto sono circondato da gente che ha deciso di considerarmi parte di un'allegra comune hippy alla quale - a dire il vero - non ho nemmeno mai fatto esplicita richiesta di partecipazione.
Questi hippy, in un eterno '68, prendono a 'prestito' ciò che gli serve senza mai restituire il favore o quantomeno l'oggetto in questione. Proprio come la penna e l'accendino della foto.

A proposito: quella Bic è nel mio ufficio da oltre un anno.
Certo, mi è costata liti furibonde e amicizie perse per sempre, ma ne è valsa la pena.
Mi è bastato scatenare l'inferno per i sette piani dell'agenzia tutte le volte che non l'ho trovata nel mio portapenne. Essendo diversa dalle altre, in un modo o nell'altro è sempre saltata fuori da incolpevoli colleghi che non si erano accorti che non era trasparente e col tappo blu, proprio come la loro.
Per l'accendino, l'unico modo è dire che non ce l'ho, anche se mi sono appena acceso una Camel davanti a chi me lo chiede.

Qualcuno potrà pensare che non è il caso di tirare su un casino simile per cose di così poca importanza. Il fatto è che se tali oggetti spariscono sempre alla stessa persona, dopo un po' di anni cominciano a prendere un significato. In fondo, io non vi priverei mai di niente di vostro, vi chiedo solo di fare la stessa cosa con me.

Questa sì, è condivisione

Ci risentiamo a settembre.
Fate i bravi.









lunedì 28 luglio 2014

Saper scegliere non è 'avere molta scelta'

Ho già scritto in passato su questo argomento, ma è estate.
Quindi, mentre su Raiuno ripassano i film di Totò, noi ripassiamo alcuni fondamenti.

Molte persone sono convinte che avere molta scelta sia un elemento necessario per fare quella giusta. Non è vero, non funziona. Come le chiavette usb per la connessione a internet. 
Avere molta scelta in realtà non aiuta affatto.
Per persone normali è semplicemente un inutile spreco di energie.
Per persone disturbate è invece la porta d'ingresso per un labirinto che dà su un ginepraio dal quale non usciranno mai più.

Così, per dire: nonostante sia un felice utente Apple da una quindicina d'anni, non ho quella tipica ammirazione che in molti hanno per Steve Jobs. Era tra l'altro famoso perché di ogni singola minchiata voleva vederne almeno settemila alternative possibili prima di dare un ok.
Secondo alcuni Steve era un capo abbastanza esigente. Uno che licenziava le persone in ascensore.
La leggenda vuole che qualora ti avesse incrociato in azienda e t'avesse chiesto mai: 'A cosa stai lavorando di bello?' si sarebbero palesati fondamentalmente due soli scenari per il tuo futuro.
Il primo: se la cosa a cui stavi lavorando gli pareva di un minimo interesse, avresti perduto le tue future notti, week end, vacanze, matrimoni o funerali a tempo indeterminato, fino a quando la cosa non avrebbe preso forma, almeno di prototipo. Avresti vissuto solo al lavoro e solo in relazione al progetto h24, per la felicità di tua moglie, del tuo vicino di casa, del tuo idraulico, del panettiere e del figlio adolescente della signora del piano di sotto. Ah, dimenticavo, anche del cane che sta in cortile.
Il secondo: se la cosa a cui lavoravi non aveva il minimo appeal per mister Apple, ti avrebbe licenziato seduta stante (appunto in ascensore) perché lui non perdeva tempo con persone inutili che lavorano a cose ordinarie e banali. Voleva evidentemente essere circondato solo da geni.
Naturalmente, se questo (o solo questo) era veramente il padre del telefonino che ho in tasca, sono ben contento che ci abbia lasciato così presto.
Ma anche prendendo per buona la caricatura che ci hanno voluto lasciare di quest'uomo, c'è da dire che persone come lui ne nascono poche per secolo. Che, nel bene e nel male sono comunque speciali. Quindi, forse, potremmo perdonargli sia il carattere spigoloso che il fottuto dolcevita nero sui jeans.

(Un consiglio tra parentesi: se avete un capo che si comporta come Jobs - nelle richieste - e non volete macchiare la vostra fedina penale, assicuratevi che abbia anche le sue capacità imprenditoriali, la sua visione del futuro e che soprattutto faccia fatturare alle vostra azienda in un anno almeno un decimo di quello che Apple fattura in una settimana.
Se fa bene tutte quelle cose, eseguite i suoi ordini in silenzio, portategli rispetto e adoratelo.
Se invece non le fa - e ci sono buone possibilità che non le faccia - scegliete solo l'arma del delitto e trovatevi un alibi, oltre al numero di telefono degli avvocati di O.J. Simpson.)

Nella vita ordinaria, saper fare la scelta giusta (ammesso che esista, ma personalmente non ci credo) non ha niente a che vedere con avere a disposizione cinquanta opzioni possibili. Sono cose molto scollegate.
Ad esempio, conosco persone molto viziate che non mangiano un cazzo fuori casa, perché niente è mai buono come il piatto della mamma.
Per elementi di questo tipo, mettergli sotto il naso un menù con dieci antipasti, venti primi piatti, trenta secondi e una selezione di cento dolci provenienti dai migliori pasticceri di tutto il mondo non servirà a niente.
Loro vogliono il piatto della mamma.
La domanda è: perché cazzo sei andato al ristorante quando era molto più facile andare a cena direttamente da lei?

L'azione stessa di scegliere, porta con sè delle rinunce.
Una cosa la prendi e novecentonovantanove le lasci andare.
E' la vita, bellezza, e tu non puoi farci niente.
E' questo che dovete insegnare ai vostri figli.
Non bisogna aver paura di rinunciare alle cose. Non si può avere tutto.

Fidanzate che vorrebbero poter avere un banco frigo lungo centocinquanta metri con tutti i gusti di gelato del mondo prima di poter prendere il loro (fragola e limone).
Uomini che prima di andare al concessionario hanno comprato in blocco gli ultimi due anni di Quattroruote™ e si sono studiati la tenuta dell'usato, la velocità massima, il consumo di carburante, la capacità di carico e la tenuta di strada di 494 modelli di macchine. Poi hanno disegnato uno schema ad assi cartesiani segnando quella più performante, quella col miglior rapporto qualità-prezzo, quella più innovativa, la più economica, la più sicura e infine la più accreditata dalla stampa di settore. E mentre pensavano e ripassavano gli schemini, nel frattempo, la vita gli scorreva accanto.
La moglie succhiava il cazzo al tunisino che era venuto per sistemare una crepa sul muro, la figlia adolescente squirtava negli mpeg dei suoi compagni di liceo, il suo cane lo aspettava felice ogni sera al suo rientro ma lui non se ne accorgeva, lui era lì: bloccato tra un'Audi e un Mercedes grigio scuro. Che poi sono tutte uguali, Cristo! Guardatele quelle cazzo di macchine! Sembrano fatte col pantografo, sono solamente una più grande dell'altra ma sono le stesse fottute macchine del cazzo da trent'anni. SVEGLIA!!!1!1!!!111!!!1!11!11!1!11!1
Se prendi dieci diversi modelli di Audi e le metti una accanto all'altro sembrano una fottuta matrioska, le puoi mettere una dentro l'altra!

Persone.

Persone che al supermercato vagliano dieci vasetti di pesto.
Uno è in offerta, uno ha la più alta percentuale di basilico, uno è senz'aglio, uno è fresco (e se poi non lo faccio fuori subito?) l'altro è comodo perchè scade fra un anno (umm... chissà cos'ha dentro) con uno ci posso fare la raccolta punti, uno è della marca che usava la nonna (R.I.P.) uno è della linea del supermercato, uno è la sottomarca del premium e uno è...
Uno è quello che prendono da sempre, da venticinque anni, incapaci di cambiare.
Ma prima di metterlo nel carrello, devono averne altri nove da scartare. Come il gelato fragola e limone. Da poter dire: no.

Guardateli. Si sentono i Re del Mondo (o le Regine) per il loro barattolo di pesto e per quelli rimessi nello scaffale. Si sentono un po' Nerone col suo pollicione, ma non hanno deciso niente in realtà: sono invece esseri umani in grado di affossare amicizie, matrimoni, piccole imprese, grandi multinazionali e partiti politici.

Alla Renault evidentemente, queste - e altre - cose non le studiano.
Quando arrivò il momento di dare un'erede alla vecchia (affidabile, economica e sbarazzina) Twingo, qualcuno si fece prendere da qualche dubbio di troppo.
Dov'è che aveva vinto la vecchia versione?
Era semplice, spartana ma con un suo carattere, una bella e forte personalità con quegli occhioni che la facevano sembrare un ranocchio. Certo, non poteva piacere a tutti, ma era.

Per la seconda serie - immagino - qualcuno con la camicia bianca, la cravatta e la penna nel taschino deve aver arringato una decina di yes-man in sala riunioni con la necessità di piacere a un pubblico più vasto. Doveva piacere a giovani e pensionati, maschi e femmine, single, famiglie, neopatentati, smanettoni e bauscia.
Possibile?
Risultato numero uno: il nuovo modello continuava a subire ritardi perché il design era troppo all'avanguardia, perché alcune soluzioni non sarebbero andate giù a tutti, rischiava di non piacere all'intero pianeta.
Risultato numero due: il nuovo modello uscì - finalmente - due anni dopo la data prevista ed era una splendida macchina anonima. Una scatola di metallo senza niente da dire con sotto quattro ruote. Non se la cagò nessuno, giustamente, e le vetture rimasero a prendere polvere nelle vetrine dei concessionari.
Risultato numero tre: dopo qualche tempo a Parigi decisero di 'correre ai ripari'. Naturalmente lo fecereo a modo loro. Avendo già speso milionate di euro per quell'aborto di macchina, non avevano certo tempo e soldi per farne un modello nuovo, per cui cosa fecero?
Intervenirono sulle uniche cose che non richiedono troppi investimenti: gli cambiarono il frontale e il culo.
A questo giro la parola d'ordine fu: creatività! Fuori dagli schemi! Pazzia!
Cosa accade quando metti qualcosa di eccessivamente creativo davanti e dietro a una forma anonima?
Risultato numero quattro: la Twingo che doveva mettere una pezza all'obbrobrio risultò, se possibile, ancora peggio di quella che doveva sostituire.
Addirittura la mia coinquilina, un giorno che ne incrociammo una in Loreto, mi chiese: 'Ma che cazzo hanno fatto alla Twingo?'

Doveva piacere a tutti e ha finito (naturalmente) per non piacere a nessuno.
Qual è (senza apostrofo) la morale di questa lunga storia?
E' che non esistono scelte giuste o scelte sbagliate, esiste solo decidersi.
Saperlo fare per tempo è un requisito indispensabile, oggi.
Fatelo, e non abbiate paura delle conseguenze.
E' la chiave di volta dell'intera faccenda.

Saper scegliere divide le persone ordinarie da quelle in gamba.
Saper scegliere per tempo separa quelle in gamba da quelle veramente speciali.


Cheers!








giovedì 17 luglio 2014

Sesso, bugie e powerpoint (2 - la Vendetta)






Vi ho mentito per anni.

Non faccio l'art director in una grande agenzia di pubblicità americana.
Faccio l'attore, fondamentalmente.
Inoltre, come i cittadini del MoVimento 5 Stelle dovrei restituire parte del mio stipendio, vi spiego il perché.

Quando presi la maturità d'arte alla Villa Reale di Monza avevo una ventina d'anni e tanta voglia di cambiare il mondo. Era la seconda voglia in ordine d'importanza, la prima era un'altra.

Frequentare un Istituto d'Arte è diverso che frequentare una scuola d'informatica (senza nulla togliere) o portare a termine l'alberghiera (senza nulla togliere): non è né meglio né peggio. E' differente.
Se qualcuno di voi si fosse mai chiesto cosa si insegni a un adolescente in una scuola a indirizzo artistico ricordo uno dei primissimi esercizi, nel 1985. La scuola cominciava a settembre e il compito fu quello di realizzare un biglietto di Natale col divieto però di utilizzare i seguenti elementi:
- Babbo Natale, renne, slitte, eccetera
- Alberi di Natale, palle di neve, decorazioni in genere
- Stelle comete, presepi, Re Magi e famiglie sacre tutte
- Fiocchi di neve, pungitopo e similari
- eccetera

Vi assicuro, non è stato un compito facile per un ragazzino di quindici anni. Ed era solo il primo.

Quando molti anni dopo ho messo piede nella sede milanese di una prestigiosa agenzia di pubblicità americana mi sentivo in Paradiso e - francamente - non vedevo l'ora di mettere a frutto la mia (buona o cattiva) poce esperienza. Come vedete, non ho usato il termine creativo, quella parola non vuol dire un cazzo. Avremo modo di vedere un'altra volta il perché.

Tornando al lavoro d'agenzia, dopo aver fatto un po' di gavetta (fondamentalmente aiutare altre persone nelle cose più disparate) mi affidarono personalmente di persona uno dei primi lavori veri, da fare autonomamente. Si trattava di materiali (inviti, brochure e un video) per una convention aziendale. Naturalmente non farò i nomi nemmeno sotto tortura, tipo avere qualcuno che mi legge un capitolo intero dell'ultimo libro di Fabio Volo.

Alla prima presentazione interna, un piccolo gruppo di persone mi stava guardando aggrottando le sopracciglia.
- Nooo, no, no no no.
- No, macché, non se ne parla nemmeno.
- Infatti, no... Così non va.
- Troppo, troppo...
- No, ma va... troppo...

A quel punto quindi chiesi: 'Troppo cosa?'
Il lavoro era troppo creativo.
Cioè?
Una ragazza mi prese da parte e cominciò una cosa tipo: 'Vedi Carlo, quelli sovvenditori... Cioè, parliamoci chiaro, io non voglio offendere nessuno, eh? Ma, ma... cioè, sono agenti di commercio, sono quelli che girano l'Italia in macchina con la loro valigetta... Capisci cosa voglio dire, no?'
Veramente non capivo.
'Carlo, cioè... qui non è che stiamo parlando a dei Premi Nobel, capisci? Eh, dai... cioé... dobbiamo essere un po' più diretti, capisci? Dev'essere una cosa... Bum! Track! Cioè uno deve capirla subito, senza pensare. Non deve pensare, capito?'

Forse avevo capito. Dovevo parlare a quelle persone come a degli stupidi scimmioni.

Sarei bugiardo se non vi dicessi che la storia degli scimmioni, ma a scelta possono essere sostituiti con beceroni, ritardati, automi... quello che volete voi, me la sono sentita ripetere spesso.
Anzi: molto spesso.
Naturalmente in una forma politically correct a prova di bomba.
Parliamoci chiaro, avvocati dei Clienti: nessuno ha mai utilizzato quelle brutte parole, esse sono frutto solo della mia perfida immaginazione. Inoltre i fatti sono ormai prescritti, perché stiamo parlando di oltre dieci anni fa. Quindi andiamo avanti.

Saltando a piedi pari gli anni Zero e arrivando alla modernità dell'internette, se una volta mi veniva velatamente chiesto di parlare idealmente a degli esseri privi delle più elementari funzioni logiche, posso affermare che ora la cosa è peggiorata. Se possibile.
Al momento pare proprio che, complice la forte liquidità della rete e una certa disaffezione del pubblico verso la pubblicità in generale, dicevo, pare che davvero non si capisce più a chi stiamo parlando. C'è sempre paura che non si capisca. Dev'essere a prova di stupido.

Quando inizio un progetto nuovo mi chiedo: 'Lo capirà il mio gatto?'
E se il mio gatto avesse un'intelligenza superiore all'italiano medio che spinge il carrello?
No, perché qui possiamo menarcela quanto vogliamo e usare tutti i termini anglosassoni che volete, ma la missione è sempre la stessa.
Fare in modo che un essere umano si alzi dal divano di casa e vada al supermercato a comprare qualcosa. Meglio se qualcosa che gli abbiamo consigliato noi.
In genere sono persone che hanno studiato, hanno un lavoro, una moglie, una macchina. Hanno preso la patente, vanno a votare, hanno dei figli.

Eppure, secondo alcuni individui, non capiscono.

Secondo alcuni individui, nessuno è in grado di capire o immaginare qualcosa nel 2014.
Che strano. Oppure: che paura.

Prima vi dicevo che dovrei restituire parte del mio stipendio, come i cinquestelle.
Perché?
Perché a volte passo metà giornata a preparare qualcosa che so benissimo non andrà da nessuna parte ma devo farla lo stesso. Letteralmente butto dalla finestra tempo prezioso. Dovrebbe esserci una voce nei timesheet chiamata 'tempo buttato dalla finestra'. Speriamo che sotto nessuno si faccia male.
Mica di cose astratte e/o di concetto, il più delle volte sarebbero (sì, stavolta) roba che capirebbe chiunque.

- Puoi fare questa scritta rossa?
- No.
- E perché?
- Semplice, il fondo è verde.
- E allora?
- Come sarebbe 'e allora'... Non si può fare una scritta rossa su un fondo verde perché frigge. Vibra. Fa male agli occhi.
- Vabbè, ma tu non puoi farla lo stesso?
- Ma perchécazzo devo fare una cosa che va contro l'ABC della grafica? Anzi, perdonami... non tanto contro l'ABC della grafica o del buonsenso, è proprio una questione scientifica, tipo Superquark. I bastoncelli per la visione della luce si comportano così: se gli metti il verde e il rosso accanto, impazziscono, non si leggono le parole, spariscono i contorni delle figure... Non si può, Cristo!
- Sì, ma tu tecnicamente puoi. Fallo, no?
- Ma perché?
- Ma perché SE NON LO VEDO NON RIESCO A IMMAGINARMELO! Tu fallo!
- Cazzo, no!
- Cazzo, quanto sei polemico, fallo e basta!

- Senti cara, e tu me lo succhieresti l'uccello?
- NOOO! Che domande sono?
- E perché no?
- Perché non mi piacerebbe.
- E come fai a dirlo se prima non ci provi?
- No, ti dico che non mi piacerebbe.
- Tu intanto succhiamelo, poi se non ti è piaciuto me lo dici, no?
- No, non ti faccio nessun pompino! Porco!


Allora lo vedi che un po' d'immaginazione t'è rimasta?







mercoledì 16 luglio 2014

Un capolavoro di onestà intellettuale

Tutto parte da questo articolo.

Lui si chiama Jaron Lanier, è un informatico, compositore e saggista statunitense (fonte copia/e/incolla: Wikipedia) e anche un sacco di altre cose.
Ho saputo della sua esistenza solo ieri.
Lui è in questo momento il mio supereroe preferito. Per almeno un motivo, nello specifico.
Nei suoi ultimi libri ci sono tante di quelle cose che avrei voluto scrivere io, da tempo, ma non ne ho avuto la capacità, la competenza, lo stile ma soprattutto l'autorità.
Da quegli scritti, da alcune sue interviste, ne è scaturito un articolo bomba, che è appunto quello del link (scritto da Riccardo Staglianò - Repubblica).

Articolo bomba, perché?

Svelati tutti i misteri sull'Area 51, Ustica, Piazza Fontana o il caso Ruby?
No.
Nuove rivelazioni agghiacciandi su Lehman Brothers, il Gruppo Bilderberg, la Massoneria, gli ufo e l'11 settembre?
Niente di tutto questo.
Niente: una semplice, limpida, onesta e inattaccabile analisi di come il web sta uccidendo la classe media in tutto il mondo.
Ho scritto analisi, perché 'non pretendo che mi si dica grazie' (cit. Crozza) ma nemmeno che si confonda un'attenta analisi con un semplice parere o un banale punto di vista.
Un sacco di volte vi sarà capitato di dire al vostro interlocutore: 'Beh, quello è il tuo punto di vista!'
Ok, questo non è il caso.
Se l'Italia viene mandata fuori dai Campionati del Mondo di Calcio (in malomodo), potranno esserci sessanta milioni di punti di vista su come e perché; ma il fatto innegabile è uno solo, ed è che sei stato eliminato. Bene, parliamo di questo.

Ora, tu lettore dovresti smettere immediatamente di leggere le mie cazzate, salire al link con la manina e leggerti autonomamente di cosa stiamo parlando.
Finito di leggere quel (lungo, molto lungo) pezzo non ti servirebbe andare avanti col mio che a quel punto ti apparirà poco più di una cosa così: wgfsdsò§àò@@*dsdaf.
Tu lettore avresti il dovere di andare alla fonte della storia e dimenticarti Cernusco Ink.

L'esperienza mi dice che (purtroppo) in molti non lo farete, specie se siete in metropolitana, se state cucinando o se mi stavate leggendo nell'attesa che Youporn caricasse la vostra sezione preferita di negre col culone grosso. Quindi, solo per voi, andrò avanti a scrivere.
Tuttavia, un giorno lontano, potreste imbattervi nell'originale. A quel punto il mio pezzo di oggi si rivelerà tristemente per quello che è: una specie di riassunto, una copia breve, sbiadita, distorta, malcompresa e piena di inesattezze di quello che era inizialmente un capolavoro di lucidità e onestà intellettuale. A voi la scelta. A ogni modo cominciamo, visto che siete incappati in una delle più lunghe ed inutili premesse della storia.

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Jaron Lanier ci dice che il web sta uccidendo la classe media in tutto il mondo.
Ha ragione da vendere.
Attenzione: non è il solito fancazzista che ha una soluzione buona per tutto, lui col web ci lavora.
E' tra quelli che lo hanno praticamente fondato. Ne conosce dinamiche e segreti.
Ci ricorda (perché a volte è meglio farlo) come oggi sia facile, veloce ed economico acquistare un libro su Amazon. Per esempio. Dalla tua scrivania scegli, clicchi, compri: l'indomani ti arriva il pacchetto a casa.
Quello a cui però facciamo meno caso è quante librerie chiudano.
Il prossimo viaggio per l'estate? Expedia e Booking.com, fatto.
Qualche agenzia viaggi ci saluta. Per sempre.
Perché non si torna indietro.
La musica: gratis. Ricette di cucina: gratis. L'informazione: gratis.
I giornali, nel frattempo chiudono.
Grillo dal suo blog festeggia la chiusura de l'Unità.
Ci sarebbe poco da festeggiare a dire il vero, ma in questo tsunami tecnologico tutti quanti ce ne sbattiamo allegramente la minchia, convinti che a noi non toccherà. Errore.

Ripeto l'esempio solito: tra Repubblica de carta e Repubblica de internette ci passa l'Universo.

Il mondo raccontato gratuitamente dal blog di Grillo fa apparire i vecchi cinegiornale in bianco e nero dell'Istituto Luce esempi di avanguardia e pluralismo. Certo, di Repubblica, Corriere o Libero (sì, addirittura Libero!) possiamo non condividerne la linea editoriale, ma personalmente preferirei continuare a vederli in edicola tutti quanti. Anche coi soldi pubblici. Anche coi miei, sì.
Esattamente e soprattutto con i miei: a me sta benissimo; soprattutto se l'alternativa è l'informazione 'libera' di Grillo, Casaleggio o le migliaia di piccole testate copia/incolla che spammano merda h24.
Forse è meglio tirare fuori quell'euro e trenta per poter leggere qualcosa di intelligente e sentirsi meno stupidi. Tutte le volte che leggo Repubblica (il giornale di carta) quando l'ho finito mi sento una persona migliore, ho l'impressione di saperne un po' più di prima.
Quando guardo la home di Repubblica.it mi vergogno di appartenere al genere umano.

Intendiamoci: naturalmente né Lanier né io siamo contro il progresso. E' da idioti.
Non siamo esattamente due vecchietti che bevono Campari giocando a carte.
Il punto è che forse tutti quanti ci siamo allegramente spinti un po' troppo in là.
Abbiamo festeggiato troppo presto. E non abbiamo fatto bene i conti nel medio e lungo termine.

Non voglio mettermi a rifare gli esempi suoi (a proposito avete letto le sue cose?) ma la prossima volta che di domenica 1° maggio entrate nel vostro centro commerciale preferito, provate a chiedervi come può un televisore tanto grande costare così poco.
Chiedetevi come sia possibile pagare dei jeans 7 euro.
Se avete un'amica (o l'amica di un'amica) che fa la commessa, la prossima volta provate a chiedergli quanto prende a fine mese, che durata ha il suo contratto e come vengono stabiliti turni, obiettivi di vendita o se subiscono pressioni di ogni tipo per raggiungerli, pena: il non-rinnovo del loro già ridicolo contratto, quando ce l'hanno.
Poi ditemi se avete fatto in tempo a cercare il sacchetto per vomitare.

Naturalmente basta voltarsi dall'altra parte, pensare che a me non toccherà, pensare che è il progresso bellezza e non puoi farci proprio niente.

L'elenco di lavori che da qui a trent'anni potrebbe (teoricamente) sparire è abbastanza lungo.
In mancanza di provvedimenti, il numero di persone (potenzialmente) interessato a questo fenomeno non è affatto piccolo. Praticamente tutta la classe media.
Non succederà (grazie a dio Lanier è meno paranoico di me, quindi lascia intravedere qualche spiraglio di salvezza) ma penso a quanto ultimamente si sia acuito il mio feroce odio verso tutti.
Arriva da lontano, ha radici profonde. E ha molto a che fare con un certo modo di fare molto di moda ultimamente. Quello di allargare le braccia e dire: 'E' il mercato che lo decide'.
Eh no, un cazzo, un momento.

Proprio no.

Intendiamoci: non sto mettendo in dubbio una (sconsolante) verità assoluta: cioè che il prezzo (delle cose e delle persone) lo fa il mercato.
Penso però che alle Bocconi di tutto il mondo insegnino anche a saper guardare lontano.
A mettere una pezza quando qualcosa va per il verso sbagliato. Deve essere possibile porre rimedio.
Perché sennò non fai spendere soldi a mamma e papà per farti studiare, se poi quello che sai dire è solo: è il mercato bellezza, e tu non puoi farci niente.
Mi sembra un po' poco. Forse qualche cosa bisognerebbe poterla fare.
Se non si può fare a livello macro, proviamoci a livello micro.

Ad esempio nel mio piccolo, insignificante e inutile quotidiano, ho sempre tentato di spiegare (con scarsi risultati) alle brillanti promesse fresche di Bocconi che - giusto per dire, eh? - il mio lavoro non è saper 'usare' photoshop, ma sapere 'cosa farci'.

E' una differenza da niente, in fondo è solo quella che divide il bene dal male, la vita dalla morte di mestieri come il mio. E molto probabilmente anche come il vostro.


Ora, per favore, leggetevi il pezzo di Lanier.










venerdì 4 luglio 2014

Bebè a bordo. Embè?

PARENTAL ADVISORY
Se hai un adesivo simile sul lunotto posteriore della tua vettura, molto probabilmente potresti sentirti offeso da quello che scriverò in seguito. Ti chiedo scusa in anticipo.
A questo punto hai un paio di scelte.
La prima, mollare subito il colpo e tornare al tuo lavoro o su YouPorn.
La seconda: andare avanti nella lettura e capire quanto sei idiota.
Ma soprattutto, con un adesivo simile, che cazzo ci fai su Cernusco Ink?

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Doveva essere metà anni Novanta quando ho iniziato a vedere in giro per Milano le prime Volvo station wagon con quell'adesivo sul retro.
Bebè a bordo.
Ora, quale siano le vere origini di quel pezzo di carta plastificato che da una ventina d'anni mi rovina le giornate, non lo so. Posso dirvi che qua a Milano, spesso era associato a un marchio tipo Chicco.
Probabilmente era un regalo contenuto all'interno della scatola contenente i seggiolini per auto.
Del tipo che tornavi a casa, montavi il seggiolino per il bambino (in genere sono in vendita al costo di un bilocale in Brera e vanno cambiati ogni sei mesi, insieme alle leggi - e alle lobby - che li regolamentano) e poi ti trovavi questo adesivetto in mano.

La prima volta, mi sa che dovevo essere in scooter, forse un Malaguti F-10 giallo. Forse a un semaforo.
Vedo l'adesivo e penso: 'Hey Carlo, piano col tuo scooter, dentro quella vettura batte il cuoricino di una vita nuova. Stai lontano da quella Opel.'
Ci crediate o no, quello è stato il mio pensiero.

Probabilmente l'originario significato era un richiamo di attenzione/pericolo. Infatti era di forma triangolare, che nel codice della strada - per chi se lo ricorda - ha il significato appunto di attenzione/pericolo.
A proposito: vi ricordate perché il segnale di precedenza è l'unico capovolto, col vertice del triangolo che guarda in basso? No? E' fatto così in modo che anche un automobilista che lo veda 'da dietro', ad esempio a un incrocio, può avere conferma di essere su una strada con diritto di precedenza.
Cià, lasciamo stare, ho capito. Torniamo al baby on board.

Con gli anni ci ho fatto l'abitudine, un po' come per la posta celere, se siamo in 100 e io pago per la raccomandata, questa arriva prima; ma se siamo in 100 e tutti e 100 paghiamo per avere precedenza, in realtà questo non può più avvenire: siamo tutti pari. E' matematica, non cattiveria.
Concetto elementare.

Nel tempo ha cambiato forme e colori ma soprattutto - questo è solo un mio parere - anche significato.
Soprattuutto le nuove varianti Matteo a bordo e Giulia&Carolina bordo, con disegni di fantasia e fumetti discutibili.
Quello che mi ha portato a scrivere questo post è stato l'adesivo sul lunotto di una jeep scura con le vere foto dei due furetti e un altro raffigurante il disegno di tutta l'allegra famigliola che si teneva per mano.

Come dicevo, il significato è cambito. E' diventata pornografia gratuita. Come quando intasi il tuo facebook di foto dove sei sempre felice, sempre al mare, sempre in montagna, sempre in viaggio, sempre a fare la V con la mano. Ok lo so, c'è anche un carlo costa tattooing che inonda la rete di foto di gatti ma non sono io. E' un caso di omonimia.

Comunque il (già mooolto discutibile) bebè a bordo/andate piano, è diventato una specie di: 'Hey, guardate, mi sono riprodotto!'
Dicevo mooolto discutibile perché in fondo, cosa mi stai dicendo?
Che siccome c'è dentro il pupo devo fare più attenzione alla distanza di sicurezza?
Se invece trasporti i nonni o una cassa di pomodori ti posso venire in culo?
E' una forzatura, lo so.
E' che con quelli come me - che già guido con molta cautela e con distanze di sicurezza lunghe quanto la Higway 101 californiana - sta cosa non attacca.

Quando vedo il lunotto della vostra macchina penso che quel messaggio è un semplice: 'Guarda, io e mia moglie abbiamo l'apparato riproduttivo che ci funziona perfettamente!'
Sono contento per voi. Bravi.
Quello con la famigliola che si tiene per mano, invece, ci manda il seguente messaggio: 'Hey, guardaci! Siamo una famiglia felice, amo mia moglie! Ci vogliamo bene, lavoriamo duro tutta la settimana, non diciamo parolacce, e la domenica mattina - se non siamo nella casa in montagna dei nonni - andiamo sempre a messa!'
Sono ancora più contento per voi.
Ok, e quindi? Cosa devo fare?

A Roma direbbero: 'Matteo a bordo? Esticazzi?'



P.S: Ricordo l'uso diverso tra Milano e Roma dell'espressione 'Esticazzi'.
Mentre a Milano è un motto di ammirazione e/o stupore: Hai comprato casa in Corso Como? Esticaaazziii! (ovvero: mamma mia, quanto ti invidio, che bella zona e chissà quanto hai speso...)
A Roma si usa la formula interrogativa: Te sei preso casa nuova? Esticazzi? (ovvero: e a chi lo stai raccontando? Me ne sbatto la minchia.)

Quindi, ripeto: Matteo a bordo? Esticazzi?




lunedì 30 giugno 2014

Ciò che non paghi non vale niente

Alle scuole superiori, ricordo, studiammo Oscar Wilde.
Poi presi qualche libro suo da leggere 'extra studio', perché mi aveva affascinato - ovviamente, come a tutti voi - l'uomo. L'uomo che c'era dietro quelle parole.

Un libro - economico - se non ricordo male era solo di aforisimi.
Mi colpì in modo particolare 'Oggi gli uomini conoscono il prezzo di tutto e il valore di nulla.'
Sto scrivendo questo post al volo, quindi non controllerò su Google: potrebbe essere leggermente diverso nelle parole, ma il senso è esattamente quello.

In questi ultimi giorni (ma soprattutto anni) ci stavo ripensando.
L'aforisma di Wilde è in qualche modo legato alle riflessione del titolo del post e - contemporaneamente - al suo contrario.

Segue elenco di esempi strampalati ma buoni a rendere l'idea.

01 Il Sale - Di cognome faccio Costa, mio padre era siciliano, ma ho in qualche modo anche origini genovesi, quindi all'Auchan quando compro il sale, scelgo il meno caro.
Una volta ne ho comprato una confezione da 1 kg a 20 centesimi, qualcosa del genere.
Togliendo il packaging, le spese di trasporto, stoccaggio e le solite cazzate che conosciamo a memoria... In pratica il sale (il sale comune, intendo, non quello che gli esperti di marketing riescono a infilarvi su per il culo anche a 5 euro al kg) è come se non avesse prezzo.
E' talmente basso che diamo per scontata la sua presenza in casa.
Questo fatto è assai strano se pensiamo che il nostro stipendio mantiene ancora il nome di salario. Proprio perché deriva da sale.
Insomma, c'è stato un periodo in cui ti spaccavi la schiena e ti pagavano in sale.
Oggi non esiste più nessun rapporto tra le due cose. Ironico.

02 Gli zoccoli del cavallo - Cioè il ferro del cavallo, quello da mettere sotto gli zoccoli.
Nel famoso libro che mi introdusse al marketing, a fine anni Novanta, ricordo l'esempio.
Diceva: a inizio '900, quando hanno iniziato a circolare le prime automobili a motore, potevi essere il miglior maniscalco del paese, ma la tua carriera era finita.
Quei ferri potevi anche farli d'oro zecchino, potevano essere i migliori del mondo e potevi anche venderli in offerta a 0,90 centesimi, tipo il cheeseburger di Mc Donald's. Il punto è che nessuno ne aveva più bisogno perché il mondo si stava motorizzando quindi tu eri comunque (e semplicemente) spacciato. Ok, la cosa non era del tutto vera perché sia i cavalli che i maniscalchi esistono ancora adesso, però era per chiarire il senso.

03 I telefonini Vertu - Il brand di lusso costola di Nokia. Durante un Natale a Parigi mi aggiravo per il primo piano di un grande magazzino e mi trovai di fronte a un (bellissimo design, intendiamoci) telefonino gsm Vertu. Il fatto che costasse 7.000 (settemila) euro mi lasciò in una specie di trance davanti a quella vetrinetta per qualche minuto.
Oggi, per carità, Vertu esiste ancora e probabilmente avrà la sua clientela di mogli di petrolieri russi o principi arabi, resta il fatto che quel telefonino oggi non vale niente. Nemmeno i famosi 0,90 centesimi del cheeseburger. In realtà i materiali restano di qualità eccellente così come tutto il resto. Il fatto è che adesso noi non usiamo più telefonini. Telefoniamo molto meno di prima, a dire il vero. C'è lo smartphone, usiamo la rete e quel Vertu è diventato in brevissimo tempo un oggetto senza alcun valore. Non si collega a Google, quindi non si va da nessuna parte. Il mio, il vostro iPhone, molto probabilmente non l'avete comprato ma vi è stato dato in una specie di comodato d'uso.
O forse - come nel mio caso - il suo costo è stato spezzettato e ridistribuito in piccolissime porzioni, da qualche parte nel vostro abbonamento. L'avete comprato?
Babbi. Dopo sei mesi nemmeno avrete cominciato a smadonnare con le app che si chiudono o il sistema operativo da aggiornare. Oggi ho capito (meglio tardi che mai) che non ha senso cagare subito 800 euro per qualcosa che invecchierà domattina stesso.
Meglio allora le rate, 12 euro al mese, che non me ne frega un cazzo se dopo tre anni l'avrò pagato di più del suo prezzo di listino. Dopo tre anni il mio iPhone sarà preistoria, sotterrato da roba che performa meglio e che costa la metà. Di quei 12 euro non avrò nessun ricordo anche se continuerò a versarli a Tim. Ma andiamo avanti, perché poi tutto torna. Tranquilli.

Da qua in poi - Invece il discorso si fa un po' più tecnico e specifico. Ma anche pesante se volete.
Ovvero: la faccenda del sale è talmente perduta nel tempo che non riesco nemmeno a concentrarmi, e sarebbe comunque tempo perso.
Per i maniscalchi mi è dispiaciuto, ma era roba di più di un secolo fa e - ancora una volta - non ci ho versato lacrime.
I telefonini extralusso, in fondo, non rientravano nelle mie priorità.
Invece ultimamente sto vedendo un po' di cose, professioni, princìpi, disciogliersi come neve al sole.
Perdute come lacrime nella pioggia, scusate.

Musica - A comprare un cd o a pagarlo su iTunes siamo rimasti in quattro coglioni. Ok, non è vero, siamo ancora in tanti, ma gli altri per la maggior parte scaricano gratis.
Film - Al cinema  siamo rimasti in tre. Ok, non è vero, siamo di più, ma gli altri per la maggior parte scaricano gratis.
Immagini per lavoro (perdonate se vado nello specifico) - Una volta andavi dal fotografo, poi si è passati a pagare - meno - quelle delle banche immagini, ora siamo al far west. Soprattutto nelle realtà molto piccole si scaricano gratis (e illegalmente) e buonanotte. Vieni a farmi causa, vieni a prendermi se ci riesci. Alla voce 'immagini' è possibile ultimamente sostituire anche gli esseri umani.
Il lavoro stesso - Ora che nel belpaese siamo riusciti finalmente a buttare nel cesso anni di lotte sindacali e che siamo tutti felici di andare al centro commerciale alla domenica pomeriggio e al primo maggio; ora che produciamo tutto al'estero (che costa meno) ora che se te ne vai a casa alle sei sembra che stai rubando lo stipendio, ora che abbiamo esternalizzato anche i call center, ora che finalmente è diventato quasi impossibile parlare con un essere umano che lavori veramente per l'azienda a cui presta il servizio, ora che la paga per i giovani è così bassa da non potersi permettere nemmeno l'abbonamento ai mezzi che li porteranno al lavoro, ora che dopo gli stage pagati poco siamo passati direttamente a quelli non pagati, ora siamo contenti.

Finalmente siamo tutti maniscaclchi, facciamo tutti quanti un mestiere che nessuno sembra avere più intenzione di riconoscerci. Mi guardo intorno e, a parte la mia proverbiale tendenza al pessimismo, vedo solo persone in affanno. E se prima le percentuali erano piccole, adesso comincio ad essere seriamente preoccupato.
Che tu sia grafico, segretaria, tassista, panettiere o portinaio c'è sempre qualcuno che pensa che quello che stai facendo costi sempre troppo. Sai cosa? Dovresti farglielo proprio gratis.

Purtroppo però, quello che (per un motivo o per l'altro) riesci a non pagare, alla fine per te non avrà alcun valore. La cattiva notizia è che quando questo strano modo di fare finisci per ritrovarlo ovunque, potrebbero cominciare i guai. I guai seri.
Come dire? E' una specie di cerchio: non puoi solo e sempre metterla nel culo agli altri, non puoi sempre cercare di limare il prezzo, non puoi vivere solo e sempre dei tuoi vantaggi e dei tuoi privilegi. Presto o tardi, qualcuno avrà preso bene la mira per infilare il tuo, di buco del culo.

Grillo (e il grillismo) non è la risposta, anzi: Grillo (e il grillismo) ne è paradossalmente solo il risultato. Uno dei tanti risultati. Ma è materia di un post a parte, non oggi.

Io insisto a pagare il canone Rai, ad andare al cinema, a comprare la musica, a cercare di rispettare il lavoro di tutti - pagandolo, non a parole - e a seguire una strana etica che agli occhi di molte persone mi fa apparire ogni tanto una specie di alieno. Anche un po' pirla a volte.

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In Africa, ai bambini, raccontano che durante uno spaventoso incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d'acqua nel becco.
- Cosa credi di fare? - chiese il leone.
- Vado a spegnere l'incendio.
- E pensi di farcela con una goccia d'acqua? - lo irrise.
- Faccio la mia parte - rispose il colibrì.

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Saluti dal vostro colibrì di 85 Kg.