lunedì 29 aprile 2013

La Rete rende tutti più stupidi? The end, ovvero: ci si rivede a settembre.

Segue da Ep. 02

(...) Quindi dopo un po' di tempo passato a provare e riprovare il discorso davanti allo specchio -proprio come quando al liceo dovevi lasciare la fidanzata- eccoci qua.
Facciamola breve, che è meglio.

La Rete mi sta molto diludendo, direbbe Crozza-Bastianich.
Dopo tanti anni passati insieme a Facebook e più recentemente al mio blog, mi sono un po' stancato.
Stancato delle notizie sulla destra di Repubblica.it, stancato delle mille bufale settimanali, stancato delle recensioni copia/e/incolla dei film, di quando cerchi una canzone e ti si aprono decine di siti farlocchi.
Stancato dei troppi di siti che vivono esclusivamente di chi passa di là per errore o per errore-indotto. Che però mettendoci un click, si incrementano le visite e quindi si vende quello spazio a qualche sprovveduto cliente.
Stancato, stancatissimo degli infiniti concorsi (si fa per dire) che sono solo truffe legalizzate, alla ricerca di maledetti click, sempre loro, da portare in dote a qualche boccalone.
La ricerca ossessiva-compulsiva di click (idealmente di approvazione) e le inflessibili regole del mercato hanno portato a un panorama che, almeno per me, è d-e-s-o-l-a-n-t-e.

Annunci pubblicitari (si fa per dire) pensati e realizzati da dilettanti. Pagati una miseria (o niente).
Articoli scritti da dilettanti. Pagati una miseria (o niente).
Fotografie scattate da dilettanti. Pagate una miseria (o niente).
Tutti abbiamo (abbiamo, anche io, naturalmente) 'imparato' a fare tutto.
Ci siamo svegliati una mattina d'improvviso: giornalisti, registi, fotografi, cantanti, attori, esperti di tutto.
Troppa bruttezza, troppa approssimazione, troppa (inutile) velocità. Che poi non è velocità, è solo fretta. Troppa.
La fretta di chi guarda (ma forse l'ho già detto) ai risultati economici del trimestre, invece di provare a guardare qualche volta anche un po' più lontano.
Anche quando guidi la moto, in fondo, non è il manubrio che devi guardare. Devi guardare avanti.
E' necessario avere uno sguardo che vada un po' più lungo, verso l'orizzonte.

Il mio personale, di orizzonte, è -al momento- quello di lasciar perdere.
Tanto tra un mese, per tutto giugno me ne tornerò a fare il Cammino di Santiago.
Non ci sarà spazio per le telefonate o i messaggini, figuriamoci per facebook o per il blog.
Al rientro, già busseranno luglio e agosto e penso che tutti quanti avremo voglia di staccare un po'.
Quindi ci si rivede tutti a settembre.

Mi prendo un po' di vacanza dalla Rete. Se fossimo due fidanzati direi: 'Devo stare un po' da solo.'
Ho proprio bisogno di recuperare il giusto tempo per le cose.
Sfogliare un quotidiano (di carta) o guardare la televisione senza quindicimila #commenti via twitter.
Alzare il collo dal mio iPhone e ritornare a guardare il culo delle ragazze in metropolitana.

Sono sicuro che dormirete lo stesso, anche senza le mie lamentele quotidiane sugli spot Activia.

Per chi proprio dovesse soffrire di astinenza consiglio di andarsi a leggere (o rileggere) i miei post più vecchi che restano sempre una valido passatempo.
Un po' come quando d'estate ridanno su Raiuno i vecchi film di Totò.

Sono 165 post, il primo era di Luglio 2011.
Sono successe tante cose.


Noi ci rivediamo, forse, a settembre.






lunedì 22 aprile 2013

La Rete rende tutti più stupidi? Ep. 02

(Segue da Ep. 01)

(...) C'è al momento, sembra esserci al momento, un imperativo: condividi!
Ma ne siamo proprio sicuri?
O come tutti gli imperativi, non sarebbe meglio starne il più possibile alla larga?
Cioè: non è proprio detto che tutto sia sempre da condividere.

Ho una vecchia valigetta a casa (credo, come molti di voi) con le foto dei miei familiari.
Parenti vicini e lontani, cugini, zii, e nonni e sconosciuti.
Per la maggior parte è gente che se n'è già andata al Creatore.
Uomini e donne del secolo scorso, dello scorso millennio.

C'è per esempio quel tale in Sicilia, la foto sarà degli anni Quaranta, con i baffetti e i capelli impomatati.
Una maglietta bianca che lascia intravedere i muscoli, un pantalone dal taglio severo e delle scarpe da lavoro. Ha un'espressione profonda. Forse aveva appena finito un pomeriggio di lavoro duro, come tutti quelli dell'epoca. Poi c'è il matrimonio di mio nonno e un'altra istantanea di un altro nonno, a una partita di pallone, al suo paese.
Un pic-nic in campagna di fine anni Cinquanta, una foto con lo sfondo del Duomo, di quando la mia famiglia è salita al nord a cercare un po' di fortuna. Trovandola.

Man mano le foto si fanno più nitide e diventano a colori.
In una c'è un neonato bruttissimo, con degli occhi spiritati e delle orecchie giganti.
Quel bambino sono io.

Ogni volta che riprendo quelle foto, penso che guardandole, sia quasi possibile ricostruire la vita di un essere umano con cinque, dieci scatti. Il resto è fantasia... E anche un po' di magia.
Sarà che fino all'altro ieri, stampare le foto aveva un prezzo, e queste acquistavano subito un valore.

Un po' come un libro costoso.

L'ho guardato in vetrina, sono entrato in libreria e ci ho girato un po' intorno.
Di questi tempi spendere 150 euro per un grosso volume di foto (copertina rigida e carta patinata) è un po' un azzardo.
Parla di un tatuatore giapponese. Quei colori, già dalla copertina, sembrano entrarti nella pelle.
Penso che girando un po' su Google potrei magari trovarne altre immagini, altrettanto belle, è solo che sono molto pigro e pure poco geek.
Invece prendo il librone sottobraccio e vado alla cassa. Poi, a casa sul divano.
La carta è così spessa e lucida che quando giri i fogli devi stare attento a tagliarti le dita.
Il rosso delle carpe, il viola delle peonie e l'azzurro delle onde sembra restarti sulle dita, così come ti sembra di sentire l'odore del sudore e del sangue di quei grossi giapponesi (tutti mafiosi, tra l'altro) che si sdraiano su un tatami a farsi torturare per anni interi dallo stesso maestro.
A mano, con gli aghi legati in fondo a piccole bacchette di legno, fap, fap, fap...
Sotto il bicipite, sui fianchi, fap, fap, fap, dietro alle ginocchia, sull'interno coscia, fap, fap, fap...

I giapponesi, in genere, non mi sembrano dei gran chiacchieroni.
Non doveva esserlo di certo questo artista del tatuaggio, così riservato da non aver voluto svelare i propri trucchi del mestiere nemmeno al figlio, diventato tatuatore anche lui.
Quello che gli era permesso era guardarlo mentre preparava i disegni, gli inchiostri o gli aghi.
Ma il resto, suo figlio, doveva farlo da solo. Doveva rubargli l'arte con gli occhi. Così si dice in Giappone.
Le foto dei corpi colorati abbondano (e meno male, 150 euro) ma quelle del maestro scarseggiano: quindi meglio concentrarsi col materiale che c'è. Poche, poche, pochissime.
Poi, proprio verso la fine del libro ne scopro una: il suo funerale. Cazzo!
L'ho scoperto, conosciuto e perduto -per sempre- nel giro di una domenica pomeriggio sul mio divano. Mi sono rimaste le fiamme dei suoi draghi e l'espressione immobile dei samurai, proprio un attimo prima di sferrare l'attacco decisivo.

Ho chiuso il libro. E proprio mentre ripensavo a lui e ai miei sconosciuti parenti del secolo scorso ho preso l'iPhone per vedere un po' che succedeva in giro.
Ci ho trovato le feste, gente allegra, col bicchiere in mano e il dito medio alzato e la lingua di fuori. Foto di piedi in riva al mare e piatti di spaghetti allo scoglio.
Belle, carine, col filtro che le fa ancora più fighe.

Ma tutte stramaledettamente uguali.

La Rete rende tutti più stupidi?
Forse no, ma troppo uguali, spesso, sì.

Proprio ciò di cui non avremmo bisogno.


-segue-









giovedì 18 aprile 2013

La Rete rende tutti più stupidi? Ep. 01

Sono settimane, anzi mesi, ma potrebbe anche essere un anno o più, che continuo a farmi questa domanda: 'Ma la Rete, rende tutti più stupidi?'

La risposta, è definitivo, è .

Avrò cominciato quessto post una decina di volte, poi ogni giorno lo rileggo e decido di non pubblicarlo.
Un giorno perché magari ho scritto troppe parolacce, una volta perché magari mi sono perso nei miei troppi esempi strampalati. Un'altra volta perché ho finito per fare delle premesse così tanto lunghe, con così tante parentesi e con così tanti distinguo che ho finito per perdere il filo del discorso.
Oggi pubblicherò.
Con gli errori, le ripetizioni e le incoerenze del caso.

Troppo spesso, erroneamente, ho fatto la fesseria di sovrapporre Facebook e la Rete come se fossero la stessa cosa.
Naturalmente non è così. Anche se in molti non l'hanno capito.
E poi c'è il problema della apparente democrazia della Rete. E poi c'è il problema degli insulti, sempre gratuiti. E poi c'è il problema dei fake. E poi c'è il problema che... non è che se lo dice la Rete è vero. E poi, e poi, e poi...

Dal momento che (come si dice in questi casi) la carne al fuoco è parecchia, proverò a prendere le cose con calma: una ad una. Non necessariamente nell'ordine in cui le ho esposte, che è un po' quello che mi è venuto a caso.

1) Facebook
Mi sono iscritto nel 2007, era all'epoca solo in inglese. Un ostacolo quasi insormontabile per la mia nota ignoranza. Il mio giudizio continua a essere positivo nel globale. Voglio dire, mi piace l'idea e lo trovo interessante, divertente e utile se usato con la capoccia.
Diventa immediatamente stupido, stucchevole e fastidioso se usato col culo.
Nel giro dei miei amici di fb, purtroppo, la quasi totalità lo usa male.
Dice: chi cazzo sei per stabilire se uno lo usa bene o male? Potranno le persone usarlo come meglio credono? Sì e no, allo stesso tempo.
Cioè: tutti quanti ci adeguiamo alle cose, è innegabile. Un po' lo facciamo. Così capita che se nella vita reale stiamo un po' attenti alle parole, quando invece navighiamo nel cyberspazio siamo tutti un po' scaricatori di porto. Io per primo. Io il Re.
Ho molti amici di fb 'giovani'. Sono miei clienti tattoo. Sono collegato poi agli amici-degli-amici per una specie di filo rosso (che non riesco a gestire per miei limiti di capacità informatiche) e, devo dire: resto scioccato. Da come scrivono male, da cosa scrivono, da cosa pubblicano e di come ne venga fuori un ritratto delle loro vite spaventoso. Eppure so, non è così. Perché quelle stesse persone, quando passano a tatuarsi da me, dal vivo, sono bravi ragazzi.
Siccome mi viene più facile credere a quello che vedo con gli occhi che a quello che leggo sulle bacheche, il risultato è: le persone in realtà sono ok, ma il loro ritratto faceboocchiano è mille volte peggio.
Da dove arriva questa distonia? Non lo so. Di certo passa dall'uso distorto e allegro della lingua. Se quindici anni fa aveva un senso (si fa per dire) scrivere xkè, lo sappiamo tutti, per la necessità di scrivere messagi brevi e/o per la scarsa memoria dei vecchi telefonini... Oggi quella roba non ha più senso. Anzi: nn a + senso. Senz'acca, senza la 'o', senza una minchia.
La velocità (la troncatura) e la brevità della comunicazione scritta è diventata brevità di pensiero ma soprattutto brevità di giudizio. Non va bene, minchia. E' necessario poter prendersi il proprio tempo.
Nessuno di noi dovrebbe scrivere su facebook ciò che non avrebbe il coraggio di ripetere faccia a faccia con una persona in carne ed ossa o, meglio, davanti a un gruppo di umani.

2) La Rete
In pochissimo tempo, in un lampo, si è passati da l'ho sentito alla televisione a l'ho trovato in Rete.
Pur considerando che sono entrambe cose sbagliate se intendiamo costruire solo su di esse solide verità, c'è da dire che almeno per finire in televisione devi fare un po' di fatica.
Se invece prendi un gatto (vivo), lo squarti e posti la tua cazzata su YouTube, stai certo che qualcuno prima o poi ti verrà a vedere.
Le due cose (lo squartatore e il guardone) fanno parte dell'animo umano. Capisco, non siamo tutti premi Nobel per intelligenza e cultura. Ma più diamo seguito a delle teste di cazzo, più queste si nutriranno della nostra attenzione.
L'altro giorno ho tolto circa 200 amici dai miei facebook-contatti.
Molti di loro erano persone per bene, brava gente, ma stupidamente si ostinavano a riempire la loro bacheca (e di conseguenza la mia sezione notizie) di foto agghiaccianti di poveri animali torturati.
Ovviamente firmando con cose tipo: basta, fermiamoli, non se ne può più, denunciamoli, eccetera.
In un Paese (il nostro) dove non ti sbattono in galera nemmeno se ammazzi a coltellate un passante in Piazza San Babila davanti a cinquecento testimoni e trenta telecamere, non c'è modo di tenere a bada una carica di pirla che si diverte a postare assurdità via web.
Specie se non esiste una legge a riguardo.
Ma pure lasciando da parte i poveri animaletti, la Rete pulula di minchioni che si schiantano volontariamente in bicicletta contro il muro, di gente che scoreggia con l'accendino e dà fuoco a mezza casa, eccetera, eccetera...
Insomma, gran parte del web è a completa disposizione di milioni di teste di cazzo.
E pallonari.
Provo a volte a fare un facile giochino: guardo la mia sezione notizie e provo a contare quante delle cose che vedo sono vere, quante verosimili e quante sono solo bufale.
Beh, amici, ai tempi in cui andavi in edicola a comprarti il quotidiano, poteva forse capitare due volte in un anno di incappare in una notizia falsa, la classica bufala.
Adesso, accendi il tuo computer e devi schivare tonnellate di cazzate per trovare un paio di notizie attendibili.
Se questa è diventata la Rete (un certo tipo di rete), beh, io sono sempre più tentato di togliere il disturbo, perché oramai la bilancia sta tutta dall'altra parte.

3) Il falso mito della democrazia della Rete.
Forse una volta. Ora, ostinarsi a credere a questa roba, è come insistere a credere a Babbo Natale.
Un nome su tutti, per chi proprio fosse completamente all'asciutto sull'argomento.
Evgeny Morozov.
Se proprio non avete voglia di comprarvi i suoi libri, potete almeno cercarvi un paio di sue interviste (chiaramente in Rete) o sentirlo parlare per cinque minuti. Resterete stupiti.
Vi sentirete esattamente come un bambino di sei anni a cui hanno appena detto: 'Pezzo di idiota, ti ho detto che Babbo Natale non esiste, siamo io e tua madre che ti compriamo quei cazzo di giocattoli di merda'.
Almeno, io ho avuto questa sensazione. Che poi era quello che stavo cercando, da tempo.
Nel nostro piccolo, Grillo e i suoi, e le scene di avanspettacolo di queste settimane, non fanno altro che dargli ragione. Semmai ce ne fosse stato bisogno.
Naturalmente non sono qua a dire: tutta la Rete = tutta cacca.
Sono solo qua a ricordare: non tutta la Rete = essere oro colato.

4) Il falso mito del tutto gratis.
I motivi profondi non li so. Non ho studiato economia, ma so che generalmente quando si lavora, lo si fa per qualcosa in cambio.
Quando si ama, lo si fa gratuitamente, quando ci si diverte pure, ma quando c'è di mezzo un business, questo va retribuito. O in moneta sonante o con qualsiasi altro mezzo.
Tanto per cambiare gli amanti della Rete sono pure diventati, per la maggior parte, amanti del gratis.
Tanto che per alcuni è quasi diventato un credo. Cos'abbiano in testa non lo so.
Un giorno ero (per lavoro, giuro) a fare delle brevi interviste, si trattava di tre semplici domande sulla conoscenza o meno di un marchio. Non posso fare nomi, ma è un marchio specializzato in panettoni e pandori dalla confezione lilla.
Mi trovavo in un centro commerciale (prima cosa molto dolorosa) e dovevo fermare dei consumatori (altra cosa molto dolorosa) per rivolgere loro quelle tre stupide domande.
Non mi stupiva il fatto che in molti non volessero darmi ascolto, ma una, in particolare ha richiamato la mia attenzione. E' venuta da me.
- Di che si tratta?
- E' una breve intervista, signora, tre domande.
- Mi date qualcosa in cambio?
- No, a dire il vero no.
- Allora niente! (E se n'è andata scocciata)

Quella, esattamente quella troiazza, è una di quelle che, sicuro, non vorrà pagare i 79 centesimi di euro all'anno per avere WhatsApp sul suo iPhone di merda.
Perché lo vorrà gratis.
Brutta troia del cazzo.

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Ora, anche per mia evidente stanchezza, devo rimandare il seguito di questo post a un'altra volta.





mercoledì 17 aprile 2013

Brevi verità, gratuite.

Lavorare in una grande agenzia di comunicazione regala quotidianamente qualche perla di saggezza, da tenere a mente quando servirà, in futuro. Magari pochi istanti prima di morire.

SCENA #01
Un giorno potrebbe esserti affidata la campagna del secolo.
Nel passarti il famigerato 'brief' potrebbero farti sentire sulle spalle la responsabilità dei prossimi venticinque anni di credibilità dell'advertising internazionale, nonché degli stipendi di tutte le sedi europee del tuo gruppo, e un po' anche le sorti politico-economiche dell'intero Paese.

La settimana dopo, qualcuno potrebbe non ritenerti in grado di realizzare un semplice impaginato con un titolo, una foto e un logo. E penserà bene di affiancarti qualcuno che supervisioni la cosa.

Colpo di scena: entrambe le cose (il futuro della pubblicità mondiale e il tutor per impaginare l'annuncio dell'oratorio) potrebbero tranquillamente esserti affidate dalle stesse persone.
Con grandi sorrisi e pacche sulle spalle.

SCENA #02
Incroci per mesi (pardon, anni) una persona nei corridoi che non ti saluta, mai.
Un giorno ha bisogno di te e ti chiama per nome e cognome: resti colpito, in quanto pensavi di essere invisibile.
Grandi sorrisi, pacche sulle spalle, e una mail di ringraziamento.
L'indomani la incontri in ascensore.

Colpo di scena: riprende a non salutarti, concentrata sul suo BlackBerry.

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Morale della storiella: in pubblicità non mancano mai gran sorrisi e pacche sulle spalle.




giovedì 11 aprile 2013

E' solo un parere personale

Ieri sera durante Le Invasioni Barbariche ho visto per la prima volta lo spot della Citroen DS5, quello con Ewan McGregor e l'altra figa alle prese con la macchina della verità, per intenderci.
Bello.
No, non ho detto: visionario, fuori dagli schemi, indimenticabile o da vincere premi a mani basse.
Ho detto bello. Perché tant'è.
Ci sono due testimonial interessanti, una storia semplice, una realizzazione globale (regia, fotografia, musiche, eccetera...) ottima.

Tra l'altro, coincidenza, tornando a casa (due ore prima) avevo visto una vera Citroen DS5 proprio davanti a me.
In moto, non l'ho superata subito ma gli ho girato intorno per un po'. Appositamente. Mi sono goduto il suo bellissimo design. E' una carrozzeria che, centimetro dopo centimetro, regala tratti inusuali ma incredibilmente pieni di fascino.
Citroen c'ha dato dentro, di brutto.
E' solo un parere estetico personale, se non la conoscete, non andate a cercarvela su Google, che magari vi fa cacare.

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La storiella per voi non sarà per niente interessante, ne sono certo.
E invece no.
Nonostante chi vi scrive NON sia assolutamente nel target di quel tipo di vettura, ne è rimasto estremamente colpito. Prima dalla visione della macchina vera, poi dallo spot.
Pum! Pum! Nel giro di poche ore.

E oggi sono addirittura qua a scriverne.

- Come mai, Carlo, qua a scriverne?
- Perché subito dopo la pubblicità Citroen, è passato lo spot Activia Danone, quello delle pance che ridono.
- Ah, e poi?
- Quello di un grande magazzino con un leone (cartone animato) che parla e una folla di persone che corre sorridente a comprare elettrodomestici.
- Ah sì? E a cosa hai pensato?
- Che c'è più dignità nei volantini del kebabbaro-pizzeria-sottocasa che nella quasi totalità della pubblicità in televisione. Oggi.
- Torniamo al tuo sport preferito, lo sputo nel piatto dove mangi?
- Non necessariamente.
- Cioè?
- Mah, almeno al volantino del kebabbaro non avranno lavorato in cinquanta persone. Sai, è un vero peccato. Anche la storia delle auto è piena di grandissime cacate.
Però, guarda caso, si è sempre trattato di casi in cui altri hanno messo pesantemente mano al progetto.
Le peggiori macchine della storia sono quelle dove l'ultima parola non l'hanno avuta i designer, ma gli ingegneri.
- Cosa vuoi dire esattamente?
- Che alla fine, quello che realmente si 'vede' nelle macchine è la carrozzeria. Possiamo stare qua a menarci il torrone per una settimana, ma bisogna farselo entrare bene in testa questo facile concetto. Non voglio dire che ingegneri o (sedicenti) esperti di marketing devono andare a farsi fottere, ma non possono essere solo e sempre loro ad avere l'ultima parola. Perché quando è così, in genere, il risultato si vede. E per le strade si vedono gli aborti. Anzi: sei pure fortunato se li vedi in giro. Il problema è che con la crisi attuale, gli aborti restano nei concessionari. Perché sono delle merde invendibili, ma poi la responsabilità è di una campagna pubblicitaria poco efficace.
Non raccontiamoci cazzate, per favore.
C'è un dettaglio: quando era Enzo Ferrari ad avere l'ultima parola su un progetto, in molti si dimenticano che aveva passato i pomeriggi a sporcarsi le mani in officina, da bambino.
E qualunque sua macchina non aveva segreti. La conosceva in ogni singolo bullone, non c'era saldatura ch'egli non avesse bene in testa.
Ho scelto tra l'altro, forse, l'esempio meno azzeccato... Che a me Enzo Ferrari non ha mai ispirato un briciolo di simpatia, con la sua torbida storia di mogli, amanti e il suo carattere per niente amichevole.
- Nello specifico?
- Oggi, molti bravi laureati, intrappolati nei loro grandi ego (quando proprio non ce ne sarebbe alcun bisogno) vanno a dettare legge su materie dove, non dovrebbero offendersi, ma proprio non ne sanno un cazzo. E non c'è niente di male, né a dirlo, né a saperlo ammettere.
Sai, amico mio, non è che ricalchi col foglio da lucido le forme della Cinquecento, il tetto bicolore della Mini, utilizzi una piattaforma comune per contenere gli investimenti, ci aggiungi la possibilità di scegliere tremila optional (chiaramente a pagamento)... E hai ottenuto una gran bella macchina.
Mica fila tutto così liscio, manco se prendi Gesù Cristo a farti da testimonial. Ci vuole creatività, non basta copiare (male) le eccellenze altrui.
- Parli di una macchina in particolare?
- Ma va (...) parlo di quando a prendere una decisione sono cinquanta teste e di quando nessuno si fida dell'altro. Sai cosa accade? Che nella solita sala riunioni col luuungo tavolo in vetro e le bottigliette d'acqua, ci sarà qualcuno che magari dice una mezza stronzata, di solito quello con l'ego più grande degli altri. Quello accanto starà zitto perché vuole far carriera e non vuole inimicarsi il capo, un altro tace perché è arrivato da poco, un paio non diranno niente per evitare inutili ripercussioni. Uno si cuce la bocca perché ha appena chiesto le ferie. In tre stanno mandando sms alle amanti... e così via.
Prendi la Twingo, ad esempio.
- Quale, l'ultima?
- Esatto.
- E' inguardabile.
- Vuoi sapere la sua storia?
- Dai!
- La Twingo veniva da una lunga storia di successi perché quando è uscita era anticonvenzionale, economica, simpatica e solida. A un certo punto, dopo un po' di anni, è normale che sentisse il peso dell'età, così hanno incaricato un team di realizzarne la nuova versione.
Solo che gli scenari erano cambiati, tutti avevano paura a fare qualcosa di altrettanto coraggioso come fu il vecchio modello. Così, al gruppo di designer (e ingegneri) hanno chiesto di inventarsi una vettura che non costasse troppo, che piacesse a uomini e donne, a giovani e meno giovani, agli sportivi e a chi è attento ai consumi... ai single, alle famiglie, ai cani, ai gatti e ai criceti.
Qualsiasi dettaglio 'coraggioso' fu scartato prima della produzione vera e propria. Troppo rischioso perdere anche un solo cliente.
Risultato: la macchina più anonima dell'universo, al quale però avevano lavorato cinquecentomila persone con grandi investimenti di denaro. Dlin, dlin.
In questo processo (io non c'ero, ma me lo sento) un grosso ruolo devono avercelo avuto gli esperti di staminchia, sempre attenti a dare un colpo al cerchio e uno alla botte e attenti a registrare i gusti di tutto il mondo con le loro ricerche stampate in Comic Sans su fogli A4 orizzontali.
Quella Twingo ha venduto così poco, è passata così inosservata che alla Renault cos'hanno fatto?
Disperati hanno chiamato una nuova squadra e gli hanno detto: Bisogna dare un'anima a questo ammasso anonimo di lamiere, Cristo! 
Solo che i soldi erano finiti e in questi casi si può intervenire in genere solo sul frontale e sul posteriore della macchina, con una spesa minima.
Risultato?
Hanno concentrato sul (povero) frontale e sul culo della Nuova Twingo tutto quello che non avevano voluto fare sul resto del progetto. Non serve dire che anche questa Nuova Twingo è altrettanto inguardabile della sua giovane progenitrice, mandata in pensione in fretta e furia.
- Carlo? Qual è la morale di questa storiella?
- La morale è sempre quella, se ognuno si concentrasse sul proprio lavoro senza rompere la minchia agli altri, il mondo girerebbe meglio e si risparmierebbero un sacco di soldi.

- E lo spot Citroen da dove eravamo partiti?
- Bello e fatto da professionisti. Una scelta coraggiosa, ultimamente.

E' solo un parere personale.





martedì 9 aprile 2013

Ma i Maya...

Francamente, i Maya, ci avevano visto giusto.
Sul mio pessimismo cosmico non c'è da aggiungere molto, penso. Sarò fatto male io, penso.
Eppure, in questo fantastico Paese dei Campanelli, tutti hanno magicamente dimenticato da quale ventennio (scritto in minuscolo) arriviamo.

C'è un comico, da una parte, che si ostina attraverso le sue televisioni e i suoi giornali a dire che la colpa di tutto questo è da ascrivere a Mario Monti.
Un professore, il professore, che avrà sicuramente tanti difetti (ultimo quello di andare in tv a farsi mettere un cagnolino in braccio dall'algida Bignardi) ma di sicuro non può essere il responsabile di vent'anni di allegro cazzeggio e sistemazione di interessi personali.

C'è un altro comico, un altro pagliaccio, dall'altra parte.
Che si ostina attraverso il suo salotto, dalla sua villa, a impartire ordini folli a una massa di coglioni in perfetto stile Scioentology. Non si incazzino quelli di Scientology (c'è la sede proprio qua fuori) per i quali, seriamente, ho più rispetto.
No, non è una battuta, lo dico senza la minima ironia.
Almeno chi decide di iscriversi a Scientology lo fa per un percorso proprio, personale.
Gli amici di Grillo, invece, si sentono davvero Portatori di Verità.
E ancora non hanno capito che le loro (non) decisioni hanno ripercussioni immediate lungo il nostro stivale.
Peccato, peccato, peccato e ancora peccato perché in Grillo ho creduto anche io fino a un mesetto fa.
Ok, ho votato PD, lo sappiamo.
Eppure ho esultato per il risultato dei 5 Stelle.
In cuor mio ero contento.
Pensavo: 'Ho voluto dare fiducia ancora ai miei del pidì, ma son contento per Grillo'.

Mo, tutta 'sta contentezza m'è passata.
E' necessario ragionare. Nessuno di quelli che vedo mi sembrano volerlo fare.
Ogni mattina, nella mia personale rassegna stampa, mi ostino ad andare sul blog di Grillo, ma quello che leggo mi piace sempre meno.
Ogni giorno un po' meno. Che cazzo di delusione.
E ai delusi come me, che cosa ha detto?
Cazzi vostri, la prossima volta votate da n'artra parte.
Non ti preoccupare, terrò presente.

La differenza con l'altro comico (quello col cerone) è che almeno mi è sempre stato sul cazzo. Dal primo giorno, da quando era semplicemente il presidente del Milan.

Nel frattempo c'è un PD agitato da correnti interne, eppure (sarò di parte) mi sembrano gli unici a voler cercare di ragionare. Solo che, ironia della sorte, dall'altra parte l'unico che sembrerebbe voler dare loro ascolto è proprio lui, quello col cerone.
E come si fa a fidarsi di uno che sono vent'anni che non fa altro che mettertelo nel culo?

Scacco matto.

Nel frattempo (avete notato?) in Italia non c'è più il problema della sciurezza nelle strade, non c'è più il problema degli immigrati, non c'è più il problema dei ministeri al nord.
Al momento non so nemmeno che fine abbiano fatto i Dieci Saggi, i Tre Moschettieri e i Sette Nani.

Resta solo la questioncina (ma sono io pessimista) che avendo l'abitudine di farmi la barba ascoltando Radio24 e non Radio Deejay ogni mattina, sento di fabbriche che chiudono perché si delocalizza, di giovani laureati senza prospettive serie, di persone sui cinquant'anni che restano a casa (e se restano a casa contemporaneamente mamma e papà sorgono dei piccoli inconvenienti) e di pensionati che si impiccano perché non riescono nemmeno a pagarsi l'affitto.
Non il Campari col bianco, ma l'affitto.

Sarò io pessimista, non c'è dubbio.

Nel frattempo che si dice a Radio Deejay?



martedì 2 aprile 2013

La metro eccetera

Premessa: il titolo del post è di un pezzo di Battisti/Panella di inizio anni Novanta, di quelli con le copertine bianche e disegnate con un tratto di penna, di un minimalismo un po' estremo avanti anni luce.
Tanto avanti che all'epoca, col 33 giri in mano, non riuscivo a capire il senso di tutto quel vuoto.
Giù la maschera, non l'ho capito nemmeno adesso: forse non era da capire e basta.
Ascoltavo le canzoni davanti a quel packaging scarno: senza una foto, senza niente davanti al quale sognare. Nemmeno la trascrizione degli ermetici testi di Panella, così difficili da comprendere nonostante fossero in italiano.
Oggi, proprio mentre cercavo su Google l'anno esatto (era il 1992) scopro che Max Pezzali ne ha fatto una cover.
Ho dovuto rileggere bene, tre, quattro volte.
Pezzali canta Battisti, soprattutto il Battisti degli ultimi anni, quando dopo la separazione da Mogol e la parentesi con i testi della moglie, Lucio cantava quelli di Pasquale Panella.

Istinto: non ascoltare nemmeno.
Ragione: no Carlo, devi almeno ascoltare, prima di scaricare un barile di merda in faccia a Pezzali.

Così ho provato ad ascoltarlo, Pezzali.
Non ce l'ho fatta, dopo la prima strofa ho dovuto chiudere YouTube.

Fine dell'inutile premessa.

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Post di oggi.
La metropolitana, come tutti i luoghi dove qualche centinaio di sconosciuti è obbligato a convivere, è un ottimo osservatorio del comportamento e dell'animo umano.
Matematicamente, mica per filosofia spiccia, matematicamente se nessuno scendesse mai dai vagoni, dopo pochissime fermate il convoglio scoppierebbe. Scendere è necessario.
Quindi, è anche nel proprio interesse lasciar scendere le persone prima di apprestarsi a salirci sopra.
Achtung! Achtung! Achtung!
Qvesto conzetto è troppo tifficile da kapiren!
Troppo difficile per farlo entrare nella testa delle persone.
Dico: a nessuno di noi verrebbe mai in mente di scendere dal letto, infilarsi le scarpe e poi cercare di mettersi le calze.
E' la stessa cosa.
Se prima non fai scendere, non potrai mai salire.
Questa cosa, a Milano, non è contemplata.

Le persone (the people) attendono sulla banchina.
Arriva la metro.
Le persone (the people) si dispongono esattamente davanti alle porte, in modo da impedire fisicamente la discesa dei passeggeri contenuti nei vagoni.
Le porte si aprono, le persone (the people) entrano con forza nella carrozza, facendo a spallate con chi cerca semplicemente di scendere alla propria fermata.
Seguono: sguardi di disapprovazione e/o insulti a bassa voce.
Qualche volta l'insulto è detto a voce più alta dagli scenditori.
Le persone (the people) nel caso, urlano ancora più forte.

Questa scenetta è possibile viverla tutti i giorni della settimana per la propria intera esistenza, se si è nati in Italia.

In Paesi diversi dal nostro, le persone (the people) quando arriva la metro si dispongono semplicemente ai lati delle porte, con un semplicissimo passo sulla destra (o sulla sinistra).
Tempo necessario: meno di mezzo secondo (provateci).
Scesi i passeggeri, tutti entrano facilmente in un vagone che si è svuotato in un attimo, data la mancanza di ostacoli e/o discussioni.

Fare questa cosa non costa niente, e renderebbe le cose (le altre) più facili a tutti.
Questo, in Italia, nel 2013 è ancora un'utopia.


Ed io, come un pirla, che mi preoccupo per Grillo, Bersani, Napolitano e i Dieci Saggi.
Il problema, serio, sono gli Italiani.



P.S: Scegliere una divinità a piacere e associargli subito dopo un animale da fattoria o da compagnia.